Una ipotesi di integrazione scientifica tra economia, psicologia e sociologia

  • «Vana è la gloria di chi cerca la fama solo nel luccicare delle parole.» (Francesco Petrarca)

  • «Thou shouldst not have been old before thou hadst been wise.» (William Shakespeare)

  • «There is nothing so practical as a good theory.» (Kurt Lewin)

  • «For every complex problem there is a solution that is concise, clear, simple, and wrong.» (Henry Louis Mencken)

  • «When the gods wish to punish us they answer our prayers.» (Oscar Wilde)

  • «L'acqua ch'io prendo già mai non si corse.» (Dante)

  • «If you want truly to understand something, try to change it.» (Kurt Lewin)

  • «Experience alone does not create knowledge.» (Kurt Lewin)

  • «L'intenzione dello Spirito Santo essere d'insegnarci come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo.» (Galileo)

  • «Homines dum docent discunt.» (Lucio Anneo Seneca)

  • «Per metter ordine al gran disordine.» (Domenico Cimarosa, Il matrimonio segreto)

  • «Raunai le fronde sparte.» (Dante)

  • «Who controls the past controls the future: who controls the present controls the past.» (George Orwell)

  • «Del resto son qua nelle loro mani faccino quello che gli piace.» (Galileo)

«Ho proposto un modello per l'integrazione di economia, psicologia e sociologia mediante l'uso dei concetti basilari della psicologia comportamentistica, unitamente a altri concetti teorici primitivi. L'obiettivo è la costruzione di un linguaggio astratto (la teoria degli interessi) strettamente compatibile sia col linguaggio comportamentistico (collegato all'analisi sperimentale), sia col linguaggio economico formalizzato e assiomatizzato (collegato al cosiddetto "'equilibrio di mercato"), così come col linguaggio sociologico; cioè, con tutti i linguaggi delle scienze sociali. Questo modello [...] mostra quanto sia ancora difficile il cammino verso una effettiva integrazione delle scienze sociali e quanti ostacoli logici e metodologici debbano ancora essere superati per esplicare il comportamento in una prospettiva unitaria. Ma il modello mostra anche come molti problemi, che trovano ancora ampi spazi di discussione entro gli angusti confini delle singole discipline, siano in realtà falsi problemi, se considerati nella più ampia prospettiva di una scienza sociale galileiana.» (G. Bolacchi, A new paradigm for the integration of the social sciences, MIT, 2008) «I have proposed a concise outline of a model for integration among economics, psychology and sociology using basic concepts of behaviorism, together with other primitive theoretical concepts. My aim has been to construct an abstract language (the theory of interests) which is strictly consistent with both the behavioristic language (related to experimental analysis) and the formalized and axiomatized economic language (related to market equilibrium), as well as the sociological language; that is, with all languages of the social sciences. This model [...] points out how difficult is the way to a real integration among the social sciences and how many logical and methodological obstacles still have to be overcome before behavior can be explained with a unitary perspective. The model also points out that many of the problems and questions, that are still the subject of a tenacious debate within each narrow specialty, turn out to be false problems when considered from the wider point of view of the real social science.» (G. Bolacchi, A new paradigm for the integration of the social sciences, MIT, 2008)

Rispondere con prese di posizione soggettive alle sfide dei tempi è una procedura tipica dei modelli culturali tradizionali. All’insieme di prese di posizione soggettive consegue la creazione di un insieme variegato di “scenari” privi di carattere scientifico. Corrispondentemente a questi “scenari” si sviluppano insiemi di ruoli sociali attribuiti a altrettanti insiemi di soggetti che operano come moderni aruspici, i quali non si sottraggono alla formulazione di pronostici fondati su informazioni tanto parziali da rendere le probabilità soggettive usate del tutto inaffidabili. A questi ruoli sociali vengono demandate le funzioni concernenti la definizione delle linee di comportamento futuro, indispensabili per orientare le dinamiche sociali. È questo il punto nevralgico della cultura umana di tutte le epoche storiche, che ha sempre dato luogo e dà luogo tuttora a dispute, le quali si riflettono in termini di conflitto sul piano sociale e politico. Questa situazione si riscontra in tutti gli spazi sociali, a partire dai contesti educativi e formativi, fino allo stesso contesto democratico. Ciò posto, possiamo dire che la storia umana è data da un insieme di posizioni soggettive presumibilmente tutte orientate verso l’obiettivo primario del controllo sociale. Nelle diverse epoche storiche, alcune di queste prese di posizione soggettive si sono più o meno imposte e rafforzate, giungendo a influenzare e allargare lo stesso spazio politico, che ha acquisito in tal modo una estensione priva di connotazioni connesse alla analisi del comportamento formulata su basi scientifiche.


Solo mediante la teoria degli interessi e la contestuale scienza del comportamento si riesce a dar conto della erroneità di tutte le prese di posizione che fondano la anomala considerazione della realtà sociale e politica in termini di contrapposizione e di conflitto, offrendone una rappresentazione radicalmente alterata, tanto da non riuscire a spiegare il concetto stesso di “organizzazione”. In una prospettiva più specifica, posto che analizzare la realtà sociale implica necessariamente anche influire su questa realtà (in quanto gli organismi umani nel percepire la realtà sociale determinano un adeguamento dei propri comportamenti a questa percezione – fatto che non avviene con riferimento agli eventi fisici), si può affermare che solo mediante la teoria degli interessi e la contestuale scienza del comportamento si riesce a fare emergere il contesto reale delle interazioni sociali e a esplicare le problematiche organizzative nella loro dimensione formulata in termini di razionalità scientifica.


Nella attuale società globalizzata, propiziata primariamente dalla conoscenza scientifica, la prospettiva del “secondo me” si è così diffusa tanto da mettere in discussione lo stesso paradigma metodologico sul quale la scienza (ivi compresa la stessa scienza del comportamento) è fondata. Contestare la scienza significa non tener conto del fatto che il nuovo paradigma metodologico, che Galileo per primo ebbe la forza e la capacità di realizzare, è l’unica proposta innovativa nella storia della umanità che ha aperto la strada, nel senso più generale e profondo, alla società moderna. Conseguentemente quest’ultima dovrebbe essere fondata sul concetto basilare di “razionalità scientifica”. Senza l’apertura innovativa operata da Galileo non sarebbe stata possibile e certo neppure immaginabile l’ulteriore apertura innovativa operata da Darwin. Ciò posto, le opere di Galileo e di Darwin risultano tra loro strettamente e indissolubilmente connesse.


In una prospettiva che superi il senso comune e riformuli su basi galileiane e darwiniane le modalità esplicative che gli organismi umani possono utilizzare per esaminare e realizzare le proprie azioni, risaltano le inconsistenze tra i vari metodi di ricerca formulati su basi diverse dal metodo scientifico galileiano. Queste inconsistenze si riflettono sulle attuali discipline sociali, tutte orientate a definire in modo esclusivo i propri confini in base a metodi di ricerca fondati sul più generale concetto di relativismo metodologico. Infatti nella prospettiva scientifica, la quale presuppone che allo studio degli organismi umani si applichino le stesse metodologie di ricerca usate per le scienze della natura, l’organismo umano non può essere segmentato in specifiche e diverse tipologie, autonome e disgiunte, di comportamenti, corrispondentemente ai confini che allo stato attuale della conoscenza caratterizzano le molteplici discipline sociali (quali il diritto, l’economia, la psicologia, la sociologia, la teoria matematica dei network sociali) e ne impediscono qualsiasi integrazione.


Sintetizzare a questo punto i processi storici che si sono manifestati a proposito delle modalità con cui alcune discipline si sono rafforzate a scapito di altre è estremamente difficile, perché implicherebbe una rivisitazione di tutti i processi che hanno segnato lo svolgimento dell’intera cultura umana.


Ciò che a uno studioso del comportamento appare per lo meno strano è dato dal fatto che le molteplici discipline sociali sono talmente differenziate e definite nei loro confini, tanto da non riconoscere al comportamento una sua dimensione inoppugnabile, che esso possiede come evento biologico. Questa situazione è così profondamente generalizzata, anche nel mondo moderno, da determinare una forte contrapposizione alla scienza del comportamento. Gli stessi nomi di Galileo e di Darwin tendono a essere in linea di principio esclusi dalla “vulgata lessicale” dei nostri giorni.


Occorre pertanto riportare gli oggetti di studio delle molteplici discipline sociali a una comune partizione operata nell’ambito del più vasto insieme caratterizzato dal predicato “comportamento” (individuale e/o sociale); occorre cioè rendere compatibili i linguaggi delle discipline sociali con un sistema coerente di assiomi, scientificamente fondati, ai quali tutte le proposizioni contenute nei costrutti linguistici di queste discipline possano essere logicamente riconducibili. In questa ricostruzione dei diversi campi di conoscenza sta il significato della “integrazione” delle discipline sociali, che in una prospettiva di analisi dell’organismo umano fondata su basi galileiane e darwiniane deve essere in linea di principio proposta e attuata. Un concetto, questo di “integrazione”, radicalmente diverso da quello di “interdisciplinarità”, che si muove invece nel solco delle metodologie di ricerca del senso comune, sulle quali poggiano gli attuali confini delle stesse discipline sociali.

TEORIA DEGLI INTERESSI E STRUTTURA DELLA INTERAZIONE SOCIALE

Un tentativo di chiarificazione volto a definire lo stato attuale della conoscenza dell’organismo umano e della società, un impegno cioè indirizzato a capire meglio le metodologie e gli obiettivi delle discipline sociali e la loro persistente arretratezza, può sembrare superfluo ai fautori di un pragmatismo fine a sé stesso, ma è in realtà indispensabile. Il fattore conoscitivo, infatti, direttamente influenza, o dovrebbe influenzare, ogni nostro comportamento rendendolo razionale. Il postulato della razionalità, che è ormai accettato e generalizzato per quanto concerne i fenomeni naturali, è visto ancora con diffidenza con riferimento ai fenomeni sociali e questo segna il diverso grado di sviluppo e di consapevolezza dei nostri comportamenti a seconda che essi abbiano a oggetto i fenomeni naturali o i fenomeni sociali. La teoria degli interessi esprime in termini di razionalità conoscitiva le varie tipologie di interazione sociale e conseguentemente risponde alla esigenza metodologica di rendere i linguaggi delle discipline sociali compatibili con un comune sistema di assiomi, conforme alla sintassi e alla semantica del linguaggio scientifico.

La teoria degli interessi esprime il paradigma di riferimento su cui fondare la integrazione scientifica delle discipline sociali. Essa è formulata in un linguaggio assiomatizzabile che presenta, come ogni linguaggio, un aspetto sintattico e una interpretazione semantica riferita alla sintassi medesima. Nota

Nella teoria degli interessi entrambi gli aspetti sono conformi ai criteri tipici del linguaggio della scienza. L’aspetto sintattico esprime la struttura logico-formale della interazione sociale in termini di relazioni tra interessi. La interpretazione semantica della teoria implica che il concetto di “interesse” sia collegato col comportamento mediante una relazione di corrispondenza.

La corrispondenza tra comportamento e interesse consente di fondare la teoria degli interessi su una dimensione sperimentale. In questo modo la teoria degli interessi e la analisi sperimentale del comportamento esplicano (cioè spiegano in modo scientifico) le invarianti e/o regolarità che caratterizzano tutti i comportamenti degli organismi viventi, nella molteplicità delle forme e dei caratteri manifestatisi durante il processo di encefalizzazione che si realizza in un contesto strettamente evoluzionistico.

In sintesi, la teoria degli interessi presenta un carattere strutturale e un carattere dinamico mediante i quali possono essere esplicate in termini scientifici tutte le possibili ipotesi di interazione sociale, riconducendole a due forme basilari:

il coinvolgimento positivo tra due interessi (comportamenti) di due soggetti e la corrispondente interrelazione congiunta (che riformula il concetto, tipico del linguaggio comune, di “cooperazione”);
il coinvolgimento negativo tra due interessi (comportamenti) di due soggetti e la corrispondente interrelazione disgiunta (che riformula il concetto, tipico del linguaggio comune, di “conflitto”).

Mediante ulteriori specificazioni logiche è possibile definire situazioni di interazione sociale sempre più articolate:

l’organizzazione;
il potere (tipico delle istituzioni);
lo scambio (tipico del mercato);
tutti i fenomeni tipici delle strutture sociali, quali il pluralismo e la democrazia (e le sue disfunzioni fra cui l’appropriazione-espropriazione delle funzioni pubbliche), le classi sociali, il potere deviante e le varie forme di deviamento.


La teoria degli interessi e la scienza del comportamento si sono sviluppate con modalità e obiettivi conoscitivi diversi. La teoria degli interessi si è sviluppata con l’obiettivo di spiegare tutte le possibili caratterizzazioni del comportamento umano in modo unitario, nel tentativo di costruire un insieme coerente riconducibile ai due basilari concetti di “coinvolgimento positivo” e di “coinvolgimento negativo”. La scienza del comportamento si è sviluppata con l’obiettivo di porre il comportamento stesso come fattore da analizzare su un piano strettamente sperimentale. Solo successivamente è apparso evidente il collegamento tra i due diversi paradigmi (teoria degli interessi e scienza del comportamento), che come già detto si completano reciprocamente mediante una relazione di corrispondenza


La scienza del comportamento, allo stato attuale della conoscenza, ci consente di dare come acquisiti i seguenti fatti:

Ogni comportamento è condizionato dalla relazione fra l’organismo e gli stimoli ambientali (naturali e/o sociali).

Tutti i comportamenti (operanti) sono appresi (condizionati), comprese l’economia, l’etica, le norme sociali, le norme giuridiche, le regolarità scientifiche.

I comportamenti appartenenti alla storia passata dell’organismo sono necessariamente ripetuti in presenza di stimoli analoghi o comunque appartenenti alla stessa classe o allo stesso insieme degli stimoli originari.

La punizione non determina la rimozione di un dato comportamento (antigiuridico o antietico) dal repertorio di comportamenti appresi, quantunque tutti i processi educativi e organizzativi siano attualmente fondati sulla punizione.

Gli organismi sono più rinforzati da piccole ricompense ottenute in tempi brevi, piuttosto che da ricompense più grandi che possono essere ottenute solo in tempi più lunghi (a meno che gli organismi non abbiano appreso il contrario) e questi risultati esplicano anche l’inversione dell’ordine delle “preferenze” espressa dalle curve iperboliche di sconto.

La economia è la disciplina sociale più sviluppata sul piano sintattico, in quanto la coerenza del linguaggio economico è garantita dall’uso della matematica e, nella sua versione più moderna, dalla assiomatizzazione operata da Debreu in termini algebrici e topologici. Tuttavia, la interpretazione semantica del linguaggio economico non è altrettanto garantita, in quanto manca una verifica sperimentale che renda univoca questa interpretazione, nonostante i molti tentativi che sono stati fatti e che tuttora vengono fatti.

Lo stesso può dirsi con riferimento alla analisi dei social network, che elabora modelli formali (matematici e stocastici) di comportamenti, la cui interpretazione semantica è però data in termini di esemplificazioni tratte dal senso comune.

La scienza del comportamento mostra che anche gli esperimenti economici basati sulla teoria dei giochi realizzano (attraverso la ripetizione dei comportamenti) processi di apprendimento per prove ed errori che sono ostacolati o facilitati da fattori quali la storia passata dei soggetti e le particolari interazioni sociali (stimoli comportamentali esterni) che rinforzano i comportamenti operanti degli stessi soggetti.

Stando così le cose, può essere riconosciuta alla teoria economica unicamente una valenza normativa. Questo significa che l’economia deve essere appresa affinché possa aversi un riscontro della stessa nel contesto sociale.


Il discorso è scientifico quando il contesto teorico dello stesso discorso corrisponde al contesto sperimentale. In questo modo, possono essere analizzate le variabili nascoste, che in altro modo non riusciremmo a conoscere. La scienza del comportamento individua variabili nascoste, così come la scienza naturale approfondisce il campo delle variabili nascoste con riferimento alla fisica. Dobbiamo perciò supporre che applicando il metodo scientifico alle problematiche sociali potremmo riuscire a impostare queste problematiche in modo radicalmente diverso rispetto a quanto avviene nell’ambito del senso comune. 


La contraddizione fondamentale del periodo storico attuale (stranamente inavvertita dalla cultura corrente) è data dal fatto che nel comportamento umano coesistono due tendenze tra loro antitetiche: la prima che si specifica in un insieme di operazioni rigorosamente conformi ai dettami della scienza sperimentale, ormai attestata su molti campi basilari della nostra esistenza; la seconda che su campi altrettanto importanti si specifica in azioni che utilizzano in modo irrazionale e distorto le tecnologie messe a nostra disposizione dalla scienza o non le utilizzano affatto. In sintesi, una situazione particolare di “dissonanza”, che la cultura attuale non mostra di avvertire, tra conoscenza (scientifica) della natura e conoscenza (ascientifica) degli organismi umani. È quest’ultima la situazione in cui si trova attualmente la scienza del comportamento, che potrebbe dare un contributo decisivo alla soluzione di numerosi problemi della nostra società, ma che invece viene ignorata e respinta per lasciare spazio ai giudizi di valore, cioè alle opinioni per definizione soggettive, che sono costantemente applicate nel campo delle scelte individuali e collettive.

Giulio Bolacchi presenta una ipotesi di integrazione delle discipline sociali fondata sulla scienza del comportamento

In generale, le opinioni non hanno “valenza” conoscitiva perché ogni opinione ha per definizione lo stesso valore della sua negazione, mentre la scienza è tale in quanto ogni sua proposizione non può avere per definizione la stessa “valenza” conoscitiva della sua negazione, cioè nessuna proposizione della scienza può essere sostituita dalla sua contraria.

Il linguaggio scientifico è univoco e consistente, mentre i giudizi di valore non sono univoci e possono essere contraddetti.

Alcune problematiche della teoria degli interessi e della contestuale scienza del comportamento, utilizzate anche per esplicare diversi modelli di organizzazione sociale, sono affrontate in una videointervista  pubblicata sul canale di History of Behavior Analysis.

Parte prima dell'intervista sulle problematiche della scienza del comportamento Parte seconda dell'intervista sulle problematiche della scienza del comportamento Parte terza dell'intervista sulle problematiche della scienza del comportamento Parte quarta dell'intervista sulle problematiche della scienza del comportamento

Il blog di Giulio Bolacchi sulle problematiche della scienza del comportamento

  • «La teoria degli insiemi, pur con tutta l’importanza raggiunta oggi, ai suoi albori era considerata dagli studiosi una specie di malattia dalla quale – ci si augurava – la matematica sarebbe presto guarita. Per questo motivo, molte considerazioni di teoria degli insiemi si chiamavano patologiche, ed ancor oggi questo termine sussiste nel linguaggio matematico, venendo spesso riferito a qualche cosa che non è di gradimento a chi parla. La definizione esplicita di coppia ordinata ((a,b) = {{a},{a,b}}) viene spesso relegata nella teoria patologica degli insiemi. A beneficio di coloro che ritengono l’appellativo in tal caso appropriato, osserviamo che la definizione ha ormai servito al suo scopo […]. Ci serve soltanto sapere che coppie ordinate determinano univocamente le loro prime e seconde coordinate, e sono a loro volta determinate da queste, che inoltre si possono formare dei prodotti cartesiani, e che ogni insieme di coppie ordinate è un sottoinsieme di qualche prodotto cartesiano; con quale particolare metodo si ottengano questi risultati, è privo di importanza. È facile individuare l’origine della diffidenza e del sospetto che molti matematici nutrono per l’esplicita definizione di coppia ordinata data dianzi. Non che vi sia nulla di erroneo o che manchi qualcosa; tutte le principali proprietà del concetto che abbiamo definito sono esatte (cioè concordano con le esigenze dell’intuizione), e tutte quelle corrette sono presenti. Il guaio è che il concetto ha qualche proprietà irrilevante che è accidentale e dispersiva. Il teorema secondo cui (a,b) = (x,y) se e solamente se a=x e b=y è qualcosa che ci si aspetta di imparare riguardo alle coppie ordinate. D’altra parte che {a,b} ∈ (a,b) sembra del tutto accidentale; è una proprietà futile della definizione piuttosto che qualcosa di intrinseco al concetto.

    Che vi sia dell’artificioso è vero, ma è un prezzo non eccessivo per l’economia concettuale. Avremmo potuto introdurre il concetto di coppia ordinata come un primitivo in più, dato assiomaticamente, con nulla di più o nulla di meno delle proprietà opportune. Si procede in tal modo in molte teorie. La scelta che si presenta ad un matematico sta nel dover ricordare qualche assioma in più o nel dover dimenticare pochi fatti accidentali, ed è evidentemente solo una questione di gusti. Scelte del genere si presentano spesso in matematica [...].»

    Paul R. Halmos, Teoria elementare degli insiemi, Feltrinelli, 1981, pp. 37-38
  • «Il comportamento umano si distingue per la sua complessità, la sua varietà e le sue maggiori capacità di realizzazione, ma ciò non vuol dire che i processi fondamentali debbano per questo essere differenti. La scienza procede dal semplice al complesso e ha la costante preoccupazione di verificare che i processi e le leggi individuate ad un dato stadio di sviluppo siano adeguati al successivo; sarebbe piuttosto rozzo sostenere a questo punto che non vi sia alcuna differenza essenziale tra il comportamento umano e il comportamento delle specie inferiori, ma finché non sia stato fatto il tentativo di affrontare entrambi negli stessi termini sarebbe altrettanto rozzo affermare che tale differenza esiste. Una discussione approfondita sull’embriologia umana si fonda su un considerevole uso dei dati ottenuti mediante ricerche su embrioni di pollo, di maiale o di altri animali. Trattati relativi alla digestione, alla respirazione, alla circolazione, alla secrezione endocrina e altri processi fisiologici si riferiscono a ratti, criceti, conigli e così via, benché ovviamente l’interesse primario sia rivolto all’essere umano. Lo studio del comportamento ha molto da guadagnare dallo stesso tipo di procedura. Si studia il comportamento degli animali perché è più semplice, i suoi processi fondamentali sono più facilmente distinguibili e possono essere registrati per periodi molto più lunghi, l’osservazione non viene complicata dall’interazione sociale tra soggetto e sperimentatore, le condizioni possono essere meglio controllate. Si possono predisporre precise storie genetiche per controllare certe variabili e speciali storie individuali per controllarne altre […] Siamo anche in grado di controllare circostanze transitorie in misura non facilmente ottenibile nel caso del comportamento umano, potendo per esempio far variare in modo molto ampio gli stati di privazione. Sono tutti vantaggi che non dovrebbero essere rifiutati sulla base della affermazione a priori che il comportamento umano è inevitabilmente distinto in un suo ambito separato.»
    B. F. Skinner, Scienza e comportamento, 1971
  • «Venticinque secoli fa si sarebbe potuto dire che l’uomo capiva sé stesso altrettanto bene quanto ogni altra parte del suo mondo. Oggi l’uomo capisce sé stesso meno bene di qualsiasi altra cosa. La fisica e la biologia hanno compiuto un lungo cammino, mentre non c’è stato alcun parallelo sviluppo di qualcosa di simile a una scienza del comportamento umano. La fisica e la biologia dei greci hanno oggi un interesse esclusivamente storico (nessun fisico o nessun biologo moderno ricorrerebbe per aiuto ad Aristotele), ma i dialoghi di Platone sono ancora studiati nelle scuole e citati come se essi gettassero luce sul comportamento umano. Aristotele non capirebbe una pagina dei testi moderni di fisica o di biologia, ma nel seguire la maggior parte delle discussioni attuali sulle vicende umane Socrate e i suoi allievi avrebbero poche difficoltà.»
    B. F. Skinner, Beyond Freedom and Dignity, 1971
  • «Senza sottovalutare gli approfondimenti che sono stati realizzati sia d’avviso che in questi campi di studio [teoria dello sviluppo economico] si sia raggiunto il punto dei rendimenti decrescenti. Niente è più facile del sovrapporre variazioni in modelli sempre più complicati, senza apportare sostanzialmente nessuna nuova idea e senza avvicinare la teoria a proiettare luce sulle cause della ricchezza delle nazioni. I problemi proposti possono ben avere un certo fascino intellettuale. Ma è essenzialmente un’occupazione frivola prendere una catena formata da anelli di assai diseguale forza e dedicare le energie a rafforzare e rifinire gli anelli che sono già relativamente forti.»
    Frank H. Hahn & Robert C.O. Matthews, La teoria dello sviluppo economico, 1969
  • «Ho introdotto uscita e voce – e cioè forze di mercato e forze esterne al mercato, e cioè meccanismi economici e politici – come gli agenti principali, rigorosamente pari per rango e importanza. Nello sviluppare il mio discorso su questa base spero di dimostrare ai politologi l’utilità dei concetti economici e agli economisti l’utilità dei concetti politici. Tale reciprocità è mancata nel recente lavoro interdisciplinare; infatti gli economisti hanno preteso che i concetti elaborati al fine di esaminare i fenomeni della scarsità e dell’allocazione delle risorse fossero adatti a spiegare con successo fenomeni politici assai diversi, come il potere, la democrazia e il nazionalismo. Sono così riusciti a occupare ampi settori della disciplina confinante, mentre, dal canto loro, i politologi – il cui complesso di inferiorità nei confronti dell’economia è pari soltanto a quello dell’economista nei confronti del fisico – si sono mostrati impazienti di essere colonizzati e spesso hanno fatto causa comune con gli invasori.»
    Albert O. Hirschman, Lealtà, defezione, protesta, 1982
  • «Uno dei problemi della sociologia, che ho avuto modo di osservare in particolare attraverso i miei contatti con il dipartimento di sociologia di Harvard, dove ho conosciuto un certo numero di ricercatori, è il fatto che non ci sono due persone che sembrano occuparsi della stessa cosa. … Era quasi come se ogni sociologo tentasse di rifondare la disciplina dalle origini. Spero di non essere troppo duro, ma non mi sembrava che tutte quelle persone stessero costruendo qualcosa. Alcuni mettevano insieme qualche metodo quantitativo; altri costruivano un modello; altri svolgevano un accurato lavoro empirico; o altre cose ancora. Ma non sembrava che tutto ciò si fondasse su una sorta di quadro condiviso di che cosa dovesse essere la sociologia, per quello che io potevo vedere.»
    Kenneth J. Arrow,  in: R. Swedberg, Economia e sociologia, 1994
  • «Parmi, oltre a ciò, di scorgere nel Sarsi ferma credenza, che nel filosofare sia necessario appoggiarsi all'opinioni di qualche celebre autore, sì che la mente nostra, quando non si maritasse col discorso d'un altro, ne dovesse in tutto rimanere sterile ed infeconda; e forse stima che la filosofia sia un libro e una fantasia d'un uomo, come l'Iliade e l'Orlando furioso, libri ne' quali la meno importante cosa è che quello che vi è scritto sia vero. Signor Sarsi, la cosa non istà così. La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.»
    Galileo, Il Saggiatore, 1623
  • «Alcuni scienziati e filosofi manifestano una forte avversione contro tutte le astrazioni o schematizzazioni. Essi vorrebbero che ogni analisi metodologica o logica della scienza non perdesse mai di vista il comportamento attuale del ricercatore, sia in laboratorio che a tavolino, mettendo in guardia contro la mancata considerazione di alcuni tra i fattori che un buon scienziato dovrebbe tener presenti nel formulare e provare le sue ipotesi e dando rilievo al fatto che il giudizio complessivo circa la accettabilità di una ipotesi non può essere basato unicamente sulla logica del grado di conferma. Io penso che questo punto di vista esprima una idea corretta e importante. Ogniqualvolta noi formuliamo una astrazione, certamente dobbiamo essere pienamente consapevoli di questo fatto e non dobbiamo dimenticare che mettiamo da parte certe caratteristiche dei processi reali e che queste caratteristiche, dalle quali per il momento prescindiamo, non devono essere interamente trascurate ma devono essere inserite al punto giusto entro il contesto totale della scienza. Ma se questo valido requisito viene prospettato come una completa reiezione di tutte le astrazioni e schematizzazioni, attitudine questa che dà origine ad una vera e propria fobia delle astrazioni, allora la scienza viene privata di alcuni dei suoi metodi più fruttuosi.»
    Rudolf Carnap,  Le basi logiche della probabilità, 1950
  • «La conoscenza vera ignora i valori, ma per fondarla è necessario un giudizio, o piuttosto un assioma di valore. È evidente che il porre il postulato di oggettività come condizione della conoscenza vera rappresenta una scelta etica e non un giudizio di conoscenza in quanto, secondo il postulato stesso, non può esservi conoscenza "vera" prima di tale scelta arbitraria. Per stabilire la norma della conoscenza, il postulato di oggettività definisce un valore che costituisce la stessa conoscenza oggettiva. Accettare questo postulato significa enunciare la proposizione di base di un'etica: l'etica della conoscenza.»
    Jacques Monod,  Il caso e la necessità, 1970
  • «Si tende generalmente a credere che, ovunque le condizioni tecniche e le risorse naturali lo permettano, sorgeranno automaticamente associazioni di carattere sia economico che politico. Nel caso in cui la tecnica abbia raggiunto uno stadio nel quale l’armoniosa organizzazione degli sforzi di molti sia fonte di un effettivo progresso, si pensa ottimisticamente che, in un modo o nell’altro, compariranno i capitali e le energie organizzative, e sorgeranno e si svilupperanno forme di organizzazione. Ma questa ipotesi è erronea perché sottovaluta l’importanza determinante della cultura.»
    Edward C. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, 1976
  • «L’obiezione che vien mossa agli stati interni significa non che essi non esistano ma che non sono significativi per un’analisi funzionale; non possiamo render conto del comportamento di un sistema, quale esso sia, rimanendo completamente all’intenro di esso; è necessario che ad un certo momento ci rivolgiamo a forze che operano sull’organismo dall’esterno. A meno che non ci sia un punto debole nella nostra catena causale per cui risulti che il secondo elemento non sia determinato dal primo secondo una relazione costante, o il terzo non sia determinato dal secondo, dobbiamo ritenere che il primo e il terzo elemento siano collegati secondo leggi costanti, e allora se dobbiamo sempre andare al di là del secondo elemento per la previsione e il controllo, possiamo fare a meno di molte faticose e logoranti digressioni esaminando semplicemente il terzo elemento come funzione del primo, sapendo che informazioni valide circa il secondo elemento possono bensì chiarire questa relazione, ma non la muteranno in alcun modo.»
    B. F. Skinner, Scienza e comportamento, 1971
  • «Per comprendere esattamente il metodo galileiano bisogna tener presente che prima di affrontare l'esperimento egli si trovava già in possesso di conoscenze istintive ... La scienza però esige che le riproduzioni mentali delle esperienze sensibili abbiano forma concettuale. Solo così infatti è possibile utilizzarle sia per raggiungere una conoscenza completa del fenomeno noto solo in parte, sia per trovare mediante un calcolo astratto altre proprietà dipendenti da quella già conosciuta che è stata classificata secondo un concetto di misura. Questo dar forma concettuale richiede che gli aspetti più importanti di un fenomeno siano messi in evidenza e gli altri trascurati, cioè richiede astrazione, idealizzazione. L’esperimento decide se la forma concettuale è o no adeguata ai fatti.»
    Ernst Mach, La meccanica nel suo sviluppo storico-critico, 1968
  • «Se ci vien chiesto il nome dell’uomo che più d’ogni altro contribuì ad avviare la fisica nel suo corso trionfale durato quasi trecento anni dobbiamo rispondere: Galileo Galilei (1564-1642). Leonardo, Copernico, Gilbert, ciascuno in modo diverso, precorsero la rivoluzione imminente, ma Galileo si spinse oltre, e nelle sue opere riconosciamo per la prima volta l’autentico accento moderno. Egli sottomise la teoria di Copernico al controllo dell’esperienza mediante il telescopio, ma soprattutto nelle sue ricerche sulla dinamica combinò l’osservazione e l’intuizione con la deduzione matematica controllata mediante l’esperimento e così inaugurò il vero metodo delle indagini fisiche. In tutta la sua opera non si fonda mai uno schema autoritario e razionalistico come avveniva nella scolastica: ogni problema è affrontato isolatamente, ogni fatto è accettato come si presenta senza alcuna tendenza ad adattarlo a un insieme universale preordinato, la concordanza, qualora sia possibile, si raggiunge lentamente e parzialmente; la scolastica medioevale era razionalista, la scienza moderna è empirica nella sua essenza, accetta i fatti naturali sia che sembrino razionali oppure no.»

    William Cecil Dampier, Breve storia della scienza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1^ edizione italiana (traduzione di Giuseppina Alfieri), 1960.
  • «L’insieme dei caratteri di un determinato individuo espressi ciascuno con una sua definita modalità, costituisce ciò che si chiama il fenotipo dell’individuo considerato. Ciascun individuo possiede inoltre un suo patrimonio ereditario, materialmente realizzato in una struttura molecolare che egli trasmette ai suoi discendenti e che determina i caratteri ereditari. Essa costituisce nel suo insieme ciò che correntemente si chiama il genotipo dell’individuo in questione. Il fenotipo, cioè l’insieme di caratteri apparenti con le loro modalità individuali, è determinato insieme dal genotipo e dalle condizioni ambientali in cui l’individuo è nato e ha vissuto. A differenza di ciò che si credeva prima di Darwin e ai suoi tempi e che credeva lo stesso Darwin, gli aspetti del fenotipo derivanti dalle condizioni ambientali, cioè come correntemente si dice i cosiddetti caratteri acquisiti non sono mai ereditari: questo è un fatto oggi provato, anche sperimentalmente, al di là di ogni possibile dubbio. Quegli aspetti invece del fenotipo che sono determinati dal genotipo dell’individuo che si considera, vengono trasmessi alle successive generazioni secondo leggi ben definite, di cui le leggi di Mendel nella loro formulazione originale rappresentano solo il caso più semplice.»
    Mario Ageno, Introduzione alla biofisica, 1975
  • «Le combinazioni della scienza sperimentale hanno occupato in gran parte il campo già posseduto dalle combinazioni dell'empirismo, dalla magia, dalla teologia, dalla metafisica; ma le semplici combinazioni estranee all'esperienza scientifica sono ben lungi dall'essere sparite nella vita della società, anzi rimangono prospere e rigogliose nel campo stesso della politica e dell'ordinamento sociale. [...] Eppure gli uomini non ignoranti, come molti scienziati, sommi nelle scienze naturali, dove usano del tutto o quasi i principi logico-sperimentali, li dimenticano trattando di scienze sociali.»
    Vilfredo Pareto, Trattato di sociologia generale, 1916
  • «Tra i greci e gli scolastici il punto di vista dominante era quello di un universo unificato, completamente integrato. In tale schema, il comportamento di qualsiasi singolo oggetto era visto come determinato dalla sua relazione con il resto del cosmo, dal ruolo che doveva necessariamente avere nell'intero contesto. Era difficile, perciò, pensare agli eventi in modo isolato, per esempio, concentrare l'attenzione sul comportamento di un singolo oggetto in una particolare regione anziché sugli eventi che si verificavano nell'universo nel suo insieme.

    A partire dagli inizi del XVII secolo, il pensiero scientifico ebbe a orientarsi sempre più verso una stretta limitazione dell'attenzione su una data situazione sperimentale, concentrandosi su quei pochi fattori che sembravano più rilevanti e decisivi. Il grande successo di questo approccio divenne evidente nel lavoro di Galileo sulla meccanica. Per investigare il comportamento di un corpo svincolato "dal suo peso", egli ci propose di considerare una sfera su un piano orizzontale privo di attriti. [...] Nella prima legge del moto di Newton il concetto di sistema isolato è più evidente, in quanto il postulato ci consente di pensare al comportamento di un oggetto completamente isolato, un oggetto che idealmente è del tutto sottratto a qualsiasi influenza di altri oggetti.»

    Gerald Holton & Duane H.D. Roller, Foundations of Modern Physical Science, 1965
  • «Serenissimo Gran Duca,

    la differenza che è tra gli uomini e gli altri animali, per grandissima che ella sia, chi dicesse poter darsi poco dissimile tra gli stessi uomini, forse non parlerebbe fuor di ragione. Qual proporzione ha da uno a mille? e pure è proverbio vulgato, che un solo uomo vaglia per mille, dove mille non vagliano per un solo. Tal differenza depende dalle abilità diverse degl'intelletti, il che io riduco all'essere o non esser filosofo: poiché la filosofia, come alimento proprio di quelli, chi può nutrirsene, il separa in effetto dal comune esser del volgo, in più e men degno grado, come che sia vario tal nutrimento. Chi mira più alto, si differenzia più altamente; e 'l volgersi al gran libro della natura, che è 'l proprio oggetto della filosofia, è il modo per alzar gli occhi: nel qual libro, benché tutto quel che si legge, come fattura d'Artefice onnipotente, sia per ciò proporzionatissimo, quello nientedimeno è più spedito e più degno, ove maggiore, al nostro vedere, apparisce l'opera e l'artifizio. La costituzione dell'universo, tra i naturali apprensibili, per mio credere, può mettersi nel primo luogo: che se quella, come universal contenente, in grandezza tutt'altri avanza, come regola e mantenimento di tutto debbe anche avanzarli di nobiltà. [...]

    Dell’Altezza Vostra Serenissima

    Umilissimo e devotissimo servo e vassallo

    Galileo Galilei.»

    Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, 1632
  • «La natura era stata generosa con Galileo e gli aveva dato non solo una mente eccellente, ma anche mani particolarmente abili: tutto quello che la mente sapeva ideare, le mani sapevano costruire. Costruì così un telescopio che estese il potere limitato dei sensi umani in maniera del tutto imprevista. Vide un universo “ampliato per cento e mille volte più del comunemente veduto da' sapienti di tutti i secoli passati”; vide nel cielo fenomeni nuovi e straordinari. Lo studio profondo di quei fenomeni lo condusse passo a passo a conclusioni che andavano contro i principi riconosciuti del suo tempo. Per difendere le sue conclusioni e con esse la libertà di pensiero in campo scientifico si impegnò in una lunga lotta e attirò sul suo capo la persecuzione e lo costrinse a scorrere nell’isolamento gli ultimi anni di vita. Ma, come ha detto Max Born uno scienziato del nostro tempo: “l’atteggiamento scientifico e i metodi scientifici della ricerca sperimentale e teorica sono rimasti gli stessi attraverso secoli dal tempo di Galileo e tali rimarranno” (Max Born, Physics in my generation, 1956).»

    Laura Fermi e Gilberto Bernardini, Che cosa ha veramente detto Galileo, Casa Ed. Astrolabio - Ubalbini Editore, Roma, 1969, p.7.
  • «Io scopersi pochi anni a dietro, come ben sa l'Altezza Vostra Serenissima, molti particolari nel cielo, stati invisibili sino a questa età; li quali, sì per la novità, sì per alcune conseguenze che da essi dependono, contrarianti ad alcune proposizioni naturali comunemente ricevute dalle scuole de i filosofi, mi eccitorno contro non piccol numero di tali professori; quasi che io di mia mano avessi tali cose collocate in cielo, per intorbidar la natura e le scienze. E scordatisi in certo modo che la moltitudine de' veri concorre all'investigazione, accrescimento e stabilimento delle discipline, e non alla diminuzione o destruzione, e dimostrandosi nell'istesso tempo più affezionati alle proprie opinioni che alle vere, scorsero a negare e far prova d'annullare quelle novità, delle quali il senso istesso, quando avessero voluto con attenzione riguardarle, gli averebbe potuti render sicuri; e per questo produssero varie cose, ed alcune scritture pubblicarono ripiene di vani discorsi, e, quel che fu più grave errore, sparse di attestazioni delle Sacre Scritture, tolte da luoghi non bene da loro intesi e lontano dal proposito addotti. […]

    Stante, dunque, ciò, mi par che nelle dispute di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalle autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie: perché, procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima essecutrice de gli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all'intendimento dell'universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al nudo significato delle parole, dal vero assoluto; ma, all'incontro, essendo la natura inesorabile ed immutabile, e mai non trascendente i termini delle leggi impostegli, come quella che nulla cura che le sue recondite ragioni e modi d'operare sieno o non sieno esposti alla capacità degli uomini; pare che quello degli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone dinanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio, non che condennato, per luoghi della Scrittura che avessero nelle parole diverso sembiante; poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi com'ogni effetto di natura, né meno eccelentemente ci si scuopre Iddio negli effetti di natura che ne' sacri detti delle Scritture.»

    Galileo, Lettera a madama Cristina di Lorena, Granduchessa di Toscana, 1615
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