33/52«Determinare cambiamenti nelle culture intervenendo sulle stesse mediante variabili esogene che non siano di tipo normativo-punitivo non è facile, soprattutto quando l’ordinamento politico è pluralistico e democratico; la classe politica tende infatti ad adeguarsi agli interessi della base del consenso, escludendo dal repertorio degli interessi pubblici qualsiasi atto che possa modificare le situazioni sociali esistenti.

Anche in questo caso il problema si pone in termini di coinvolgimento positivo di interessi. Se l’interesse collettivo al cambiamento della cultura endogena fosse stato prevalente, o se la classe politica l’avesse avvertito come prevalente, una operazione graduale e programmata di trasformazione si sarebbe potuta attuare, primariamente sul piano delle politiche sociali, attivando qualche forma di pianificazione sociale, non impositiva ma interattiva, orientata al depotenziamento del conflitto tra cultura endogena e cultura statuale.

Ma nulla è stato fatto in questo senso negli ultimi cinquant’anni. Evidentemente l’interesse al cambiamento non era prevalente, o se lo era nessuno si rendeva conto del fatto che il cambiamento per definizione investe globalmente il contesto sociale, tutta la cultura di un gruppo (così come investe globalmente la personalità); per cui non si può attivare alcun processo di sviluppo economico se non si realizzano le pre-condizioni sociali dello sviluppo, consistenti nello stretto adeguamento dei modelli tradizionali di organizzazione sociale ai nuovi modelli di organizzazione (industriale).

Il fatto che la classe politica non abbia avvertito alcuna esigenza di cambiamento che non fosse compatibile con interventi di tipo strettamente economico, dimostra che essa aveva (e ha) forti limiti nella percezione dei fatti sociali; limiti i quali hanno dato agli interventi pubblici un carattere di intrinseca contraddittorietà che ha aggravato il conflitto tra cultura endogena e cultura statuale, anziché attenuarlo o quanto meno tenerlo sotto controllo.»

(G. Bolacchi, Il sequestro come fatto sociale, pp. 100-101)

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