11/17«Se si ripercorre la storia della Sardegna dalla fine del 1700 all’abolizione del feudalesimo, appare evidente come le rare occasioni di ribellione non abbiano mai coinvolto una classe sociale borghese; dai moti angioiani del 1796, all’eroico sacrificio del notaio Francesco Cilocco e del teologo Francesco Sanna Corda che nel 1802 sbarcarono sulla costa di Aggius per liberare la Sardegna dal dominio feudale, fino alla congiura del 1812 capeggiata dalla famiglia dell’avvocato Salvatore Cadeddu, ci si trova di fronte a tentativi dai quali emerge la totale assenza di una base di accettazione delle istanze rivoluzionarie che coinvolgesse, se non tutta, almeno una parte della popolazione.

Questi tentativi mostrano, infatti, da un lato una minoranza di uomini coraggiosi che non hanno esitato a sacrificare la propria vita o a sopportare atroci torture per portare avanti un ideale rivoluzionario di stampo illuministico del quale Angioi, forse l’unico sardo ad avere capito il senso della rivoluzione del ’89, era certamente il più maturo rappresentante; dall’altro lato, un clero e una nobiltà totalmente chiusi ad ogni istanza culturale moderna, incapaci di comprendere il senso della storia, e una massa popolare completamente priva di conoscenza, di consapevolezza, di coraggio, di intelligenza.»

(G. Bolacchi, Un’autonomia in regime di dipendenza, p. 36)

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