A cinquant’anni dai movimenti del ’68


Le proteste studentesche del ’68 costituiscono un fatto storico del quale troppo finora si è detto e del quale ancora non sono state chiarite tutte le conseguenze, anche perché i protagonisti di quei giorni e i loro epigoni hanno tutto l’interesse a mostrarsi come protagonisti della storia, a entrare come si dice nella storia, più che a restare ancorati alla cronaca di quei giorni. Qual è il discrimine tra un fatto storico e un mero fatto di cronaca? Detto questo ci potremmo domandare se i comportamenti dei giovani del ’68 fossero coerenti rispetto a un paradigma di riferimento e quale fosse il loro paradigma di riferimento. Ma una risposta di questo tipo non può prescindere da un richiamo alla scienza del comportamento. Si trattava di comportamenti operanti o di comportamenti impulsivi e in ogni caso quale era il loro obiettivo politico: sostituire i vecchi titolari nei ruoli di potere o proporre un mutamento radicale delle strutture sociali, ma con quale progetto?

Dimostrazioni forti e decise di migliaia di studenti nelle università e soprattutto nelle più importanti città italiane, raggruppamenti e convegni sempre di studenti, discorsi più o meno infuocati dei leader e dei segretari dei sindacati (un poco patetici visti con gli occhi di oggi); occupazioni delle università italiane, lezioni degli studenti al posto dei professori e, alla fine i soliti girotondi per la sacrosanta emancipazione femminile e per le altrettanto importanti liberalizzazioni sessuali. Ebbene, utilizzando un paradigma di riferimento scientifico, come vogliamo definire questi comportamenti collettivi?

Se le pari opportunità di genere e le altre forme di libertà sessuale fossero state l’unico risultato delle cosiddette rivoluzioni studentesche si sarebbe già raggiunto un risultato importante, peraltro non ancora conseguito in tutta la sua pienezza. Ma erano solo questi gli obiettivi delle lotte studentesche? Dov’è stato il cambiamento radicale tanto fortemente evocato? L’assalto al Palazzo d’inverno non c’è stato. Perché? Quei poveri carabinieri e questurini erano tanto forti da poter bloccare un movimento popolare così impetuoso e deciso?

Ho vissuto anch’io quei momenti in una università periferica di una regione altrettanto periferica e posso dire che esistevano molte buone ragioni di cambiamento: programmi universitari tendenzialmente obsoleti, professori non sempre adeguati alla complessità dei nuovi scenari che si stavano delineando, gestione delle università e dei ruoli accademici affidata a gruppi di docenti restii (con le dovute eccezioni) alle innovazioni e molto altro, su cui preferisco non soffermarmi. Il fatto è che la situazione che fa da sfondo alla “rivoluzione” studentesca era, come tutte le situazioni sociali, molto complessa. Inoltre, gli studenti e con essi i loro capi non avevano gli strumenti conoscitivi volti in qualche modo a comprenderla. Neppure il senso comune odierno, largamente generalizzato, possiede questi strumenti. Non così forse può dirsi dei leader sindacali e politici. Penso anzi che i sindacalisti e i politici fossero anche in quei tempi prevalentemente interessati a servirsi dei moti studenteschi controllandoli e indirizzandoli in funzione di temporanee tattiche politiche. Poi ci fu la stagione degli attentati; gli attentati erano contro gli studenti? Non credo. Poi ci fu tutto ciò che avvenne in Italia in quel periodo angoscioso e triste. Poi ci fu l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta.

Su Moro ci sarebbe ancora molto da dire ovviamente sul piano delle ipotesi che non sono storia; se nessuno parla nessuna storia può essere scritta. Molto ci sarebbe da dire sul pensiero politico di Moro e sui fermenti che si agitavano nel mondo cattolico di quei tempi, che avevano in Franco Rodano e forse anche in Claudio Napoleoni e in altri e nella Rivista Trimestrale un punto di vista teorico non secondario. E poi c’erano ancora i dibattiti molto accesi tra gli economisti delle due Cambridge portati avanti anche da diversi economisti italiani. Voglio dire, e tutto questo cos’era? Cosa rappresentava per gli studenti? Sono fatti emersi in parte successivamente, ma radicati negli anni precedenti, che esprimevano in fondo un critica radicale nei confronti dell’economia di mercato e una tendenziale difesa del collettivismo economico e sociale inteso come socialismo reale, che stava già mostrando le prime crepe. Intendiamoci, questo non significa che il ministro della produzione nello stato collettivista, che già era stato “sdoganato” (come oggi si direbbe) da Vilfredo Pareto e da Francesco Barone non avesse le carte in regola sul piano dell’economia teorica astratta, la quale prescinde dal fatto che gli strumenti di produzione siano pubblici o privati.

La prospettiva culturale, parlo degli studenti, forse non esisteva. E se esisteva da quali filoni culturali gli studenti la traevano? Per quanto ne so, ma è una mera ipotesi, mi sembra che gli studenti, così come del resto anche i cosiddetti brigatisti, come gruppo sociale (non classe sociale) ripetessero malamente e superficialmente gli schemi marxisti, che la sinistra di allora propagandava e approfondiva ma in modo ben diverso e appropriato. Quella stessa sinistra che ha pilotato il movimento studentesco, per poi abbandonarlo al momento opportuno. Infine tutto il resto fino ai nostri giorni. In chiusura le celebrazioni e i commenti dei soliti soloni.

Non sono uno storico, ma apprezzo questa categoria di studiosi proprio perché si illude di poter trarre conclusioni sensate da un insieme di fatti sociali solitamente privi di senso. Purtroppo una certa cultura secondo la quale gli organismi viventi umani si comporterebbero sempre in termini di stretta razionalità è tanto radicata da far velo sul comportamento emotivo e istintivo che è molto spesso quello che la maggior parte delle persone si sente spinta a realizzare. In questa prospettiva i movimenti studenteschi, anche agli studenti di oggi, appaiono come processi un poco vecchi e un poco obsoleti. Grida di entusiasmo che si perdono e si tramutano in un abbraccio col potere che li depotenzia e li usa. Intendiamoci, non tutte le rivoluzioni finiscono così: coi leader che entrano anch’essi nelle università. O in politica o in altre equivalenti organizzazioni e si comportano allo stesso modo in cui si comportavano i leader scalzati. In questo senso potrebbero avere ragione quelli che considerano il confronto politico come orientato esclusivamente alla pura e semplice acquisizione dei ruoli di potere, a scapito di quelli che già li hanno. Può darsi che questo accada, ma anche qui non bisogna generalizzare. Io propendo per un discorso diverso: un conflitto tra classi sociali (o partiti politici) fondato sulla consapevolezza (chiamiamola pure coscienza di classe) di una modificazione più o meno radicale delle strutture sociali che tendono spesso a persistere in una situazione di immobilismo e di stasi. In questo senso la rivoluzione studentesca non fu espressione di una vera e propria classe sociale, almeno nei termini in cui io la ho teorizzata.

Gli studenti non avevano idea di cosa sia realmente una classe sociale, non erano organizzati come partito politico; conoscevano Gramsci, se lo conoscevano, ma solo in modo superficiale, non strumentale; in breve non l’avevano interiorizzato. Certamente lo avevano interiorizzato i rappresentanti di quei partiti politici che in quello stesso periodo di Gramsci praticavano le idee e gli obiettivi. In fondo l’esperienza degli studenti di quei tempi mostra i binari di una guida agile e ferrea della sinistra che di fronte a una democrazia cristiana in cui le forze propulsive e le istanze culturali si stavano progressivamente attenuando, si preparava a realizzare finalmente il sogno al quale Gramsci aveva sacrificato la vita. Poi le cose sono andate diversamente per molti versi, noti e ignoti, a ulteriore dimostrazione del fatto che gli eventi umani tranne casi rari e emblematici come la presa della Bastiglia o la occupazione del Palazzo d’inverno, a volte seguono le vie della ragione, a volte seguono le vie dell’impulso emotivo o della mera imitazione che spesso con la ragione contrastano.

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