Alcune problematiche dello sviluppo in ambito economico

A parte i modelli di crescita formalizzati che endogenizzano le variabili sociali, nel senso che le prendono in considerazione esclusivamente dal punto di vista economico, non sono mancati gli economisti che hanno preso in esame queste variabili anche dal punto di vista sociologico e psicologico. Si tratta naturalmente di analisi [pag. 72] espresse in un linguaggio da esplicare, cioè sostanzialmente pre-scientifico, che però, allo stato attuale, costituiscono una base conoscitiva iniziale per tentare una sistematizzazione, che non è qui esprimibile in termini strettamente formalizzati, non essendo questo l’obiettivo del presente lavoro.

Due economisti in particolare, ma ce ne sono altri altrettanto importanti, possono essere considerati in qualche modo come paradigmatici rispetto alle problematiche dello sviluppo: C.G. Clark e A.O. Hirschman.

Nel testo di Clark (Il mito dello sviluppo economicoGrowthmanship”, Giuffrè, Varese, 1962) è detto:

«In realtà, come sarà dimostrato più oltre in questo saggio, gli investimenti sono indubbiamente necessari per lo sviluppo economico, ma certamente non ne costituiscono il fattore principale o determinante. Gli economisti non sono ancora in grado di analizzare il problema in profondità, ma si può affermare che i fattori fondamentali dello sviluppo economico non sono di natura fisica, cioè le risorse naturali ed i capitali investiti, bensì sono i fattori umani. Durante gli anni immediatamente successivi a una guerra, o comunque a una catastrofe, lo sviluppo economico può essere molto rapido: i danni vengono riparati e si ritorna al preesistente livello produttivo. Ma se si escludono periodi così eccezionali, si deve considerare che i fattori umani determinanti lo sviluppo possono progredire solamente a un ritmo relativamente lento, seppure uniforme. Non si può negare che un buon governo, così come il carattere e l’iniziativa degli individui, possono contribuire a migliorare questo ritmo, ma qualsiasi azione intesa a forzarlo in modo brusco conduce probabilmente a sprechi di capitale e di altre risorse e può, in definitiva, rallentarlo» (Il mito dello sviluppo economico, pagg .12-13).

In questo testo le variabili culturali (che Clark chiama i fattori umani) sono prese in considerazione come variabili esogene rispetto alle variabili economiche esplicate in una logica (neoclassica) di mercato concorrenziale. Ma a queste variabili esogene viene data una connotazione restrittiva, in quanto si suppone che le stesse «possono progredire solamente a un ritmo relativamente lento, seppure uniforme» e che qualsiasi azione intesa a forzare questo ritmo in modo brusco conduce probabilmente a sprechi di risorse e può rallentarlo. Questo significa che la società (come il mercato) dovrebbe possedere una propria dinamica interna, che ne garantirebbe l’equilibrio, raggiungibile spontaneamente.

L’idea che la dinamica dell’equilibrio possa essere estesa ai fattori umani, cioè alle variabili culturali (esogene rispetto alle variabili economiche), espressa da Clark, è tuttora molto comune anche se è fondata su una falsa generalizzazione, che non distingue tra le interazioni di scambio e di mercato oggetto dell’analisi economica e le altre e diverse tipologie di interazione sociale.

Questa falsa generalizzazione determina una persistente incapacità di ipotizzare e perseguire politiche di intervento pubblico orientate alla modificazione dei fattori umani e una quasi totale sfiducia nei confronti del controllo di questi fattori, che si suppone siano assoggettati a forme di equilibrio presunte, ancorché sconosciute. Prospettiva questa che depotenzia all’origine qualsiasi tentativo di cambiamento degli atteggiamenti generalizzati e che, a voler essere conseguenti, mette in discussione i processi educativi e formativi, i quali dovrebbero svilupparsi anch’essi in modo spontaneo, fuori da qualsiasi interazione sociale realizzata mediante la trasmissione di contenuti culturali.

Il punto di vista di Clark viene riproposto da Hirschman (La strategia dello sviluppo economico, La Nuova Italia, Firenze, 1978), con maggiore attenzione verso le variabili sociali. Permangono comunque i limiti di tutte le analisi di questo tipo, nelle quali le variabili culturali (socio-psicologiche) vengono sì distinte dalle variabili economiche, ma la distinzione è operata non in base a un paradigma unitario più astratto entro il quale possono essere ricompresi i due sub-insiemi (quello dei comportamenti economici e l’altro dei comportamenti socio-psicologici), quanto piuttosto in base a un assunto di residualità per cui tutto ciò che non si riesce a far rientrare nell’ambito dei concetti economici viene considerato sociologico o psicologico.

Naturalmente la residualità, in una situazione in cui i confini tra l’economia e le altre “scienze” sociali sono predefiniti solo dall’analisi economica, apre larghi spazi alla esperienzialità del senso comune, anche perché l’esperimento controllato non è generalmente considerato uno strumento di ricerca accettabile da parte di sociologi, psicologi (in buona parte) ed economisti (in massima parte).

Questo spiega l’uso che Hirschman fa delle variabili culturali, la cui dinamica è ipotizzata anche qui in termini di non meglio precisati automatismi. Egli, inoltre, quantunque indichi in modo analitico diverse variabili culturali, è alla fine incongruente col postulato di disgiunzione, in quanto, seppure senza alcun tentativo di esplicazione, afferma che le modificazioni delle variabili culturali possono essere indotte dalla crescita economica; cioè ipotizza che le variabili economiche operino come variabili indipendenti rispetto alla modificazione delle variabili culturali o [pag. 73] all’accelerazione dei processi di cambiamento delle stesse. Naturalmente, una relazione funzionale di questo tipo è del tutto inconsistente con gli ambiti di significatività del linguaggio economico (assiomatizzato). Hirschman dice:

«Secondo la tradizione, gli economisti dovrebbero discutere all’infinito se, data una situazione di squilibrio, le forze del mercato, da sole, possono ricondurre all’equilibrio. Ora, questo è certamente un problema interessante. Ma, in quanto studiosi di scienze sociali dobbiamo porci anche un problema più generale: una situazione di squilibrio può essere corretta davvero dalle forze del mercato, o da forze esterne al mercato, o da ambedue i tipi di agenti insieme? Noi sosteniamo che le forze esterne al mercato non sono necessariamente meno “automatiche” delle forze del mercato. … Un buon esempio ci è fornito proprio dallo sviluppo non equilibrato. Quando nel corso di un accrescimento ineguale, sorgono delle difficoltà nell’offerta da parte di settori – come l’istruzione e i servizi pubblici – dove non operano imprese private, le autorità subiscono forti pressioni che le incitano a “fare qualcosa”. Poiché il desiderio di mantenersi al potere è una forza grande almeno quanto il desiderio di realizzare un profitto, possiamo attenderci che saranno prese delle misure atte a correggere lo squilibrio.

Non è che vogliamo affermare che ogni squilibrio sarà risolto da qualche combinazione di forze di mercato e di forze esterne ad esso. Ma se una comunità è incapace di produrre le decisioni “indotte” necessarie a correggere gli squilibri nell’offerta che sorgono nel corso dello sviluppo ineguale, allora non ci sono ragioni per credere che sarà capace di produrre l’insieme di decisioni “autonome” richieste dallo sviluppo equilibrato. In altre parole, se il meccanismo di aggiustamento si rompe interamente, è segno che la comunità rifiuta di fare dello sviluppo economico il suo obiettivo principale» (La strategia dello sviluppo economico, pag. 75-76).

«Per avviare pressioni tali da costringere all’efficienza l’impresa singola, non si può quindi contare esclusivamente, o anche principalmente, sulle relazioni di complementarità o di concorrenza con altre imprese. Tali pressioni devono anche essere create entro la stessa impresa. Per riuscire in questo scopo, è necessario fare un elenco delle imperfezioni tipiche che impediscono a molte imprese nei paesi sottosviluppati di funzionare efficacemente. Una lista di tali deficienze, a puro titolo esemplificativo, conterrebbe le seguenti voci:

1. Assenza di una “mentalità di sviluppo”, sufficientemente vigorosa, che si traduce in:

a. tendenza a non reinvestire adeguatamente i profitti e a sfruttare l’impresa più che sia possibile;
b. incapacità di tenersi al corrente con i progressi tecnologici che avvengono all’estero;
c. tendenza a preferire una impresa stagnante che rimane nell’orbita della famiglia a una espansione pagata al prezzo di una parziale cessione del controllo sull’impresa stessa.

2. Difficoltà nell’amministrazione, nella direzione, nelle relazioni umane, che si manifestano attraverso:

a. eccessiva centralizzazione delle decisioni e incapacità o rifiuto di delegare autorità;
b. inefficacia nel lavoro dello staff e nella coordinazione;
c. insufficienza dei salari pagati al personale più indispensabile, malgrado la difficoltà di mantenerlo e la scarsità nella sua offerta;
d. incapacità di ispirare ai subordinati un sentimento di cooperazione e di spirito di iniziativa;
e. negligenza nelle relazioni col personale e trascuratezza del suo morale;
f. negligenza delle relazioni pubbliche.

3. Difficoltà nell’esercizio di funzioni non direttamente connesse col processo di produzione principale rese evidenti da:

a. deficiente programmazione (negli studi tecnici, nelle ricerche di mercato, nella formazione di riserve finanziarie);
b. deficienze nella contabilità e, in generale, nel controllo dei costi;
c. insufficiente manutenzione.

Queste deficienze possono essere spiegate in molti modi. In parte, naturalmente, esse sono dovute a inesperienza nell’amministrazione di organizzazioni su larga scala. Ci si domanda però, data la persistenza di alcuni di questi elementi, se tale spiegazione sia completa. Alcune delle deficienze sopra elencate (per es. 1a, 1c, 2a, 2b) sono direttamente collegate all’analisi del processo di sviluppo proposta nel primo capitolo. Le difficoltà nel prendere delle decisioni a carattere cooperativo, che derivano da una rappresentazione esclusivamente individualistica del cambiamento, e che , come si è visto, rappresentano uno dei maggiori ostacoli dello sviluppo, influiscono naturalmente sulla gestione quotidiana delle imprese esistenti, almeno quanto influiscono al momento della loro creazione. La mancanza di una vigorosa mentalità di sviluppo, l’inesistenza sia di un effettivo lavoro di staff, sia di buone relazioni col personale, possono essere considerate come naturali quando i principali membri di una direzione non credono alla possibilità di guadagno reciproco di somma diversa da zero nei “giochi” sociali ed economici.

In secondo luogo il modello di valori e attitudini con [pag. 74] cui i paesi sottosviluppati si incamminano oggi sulla strada della modernizzazione e della industrializzazione, è probabilmente meno adatto alla realizzazione di questi compiti di quello prevalente nell’Europa occidentale all’inizio della rivoluzione industriale. Senza riprendere la vecchia discussione intorno al ruolo svolto dalle credenze e dalle attitudini, si vorrà riconoscere che certi valori e certi modelli di comportamento istituzionalizzati, favorevoli alla riuscita dello sviluppo come, per esempio, la razionalità e la disciplina di Max Weber, l’universalismo e la specificità funzionale di Parsons, la motivazione al successo di McClelland devono essere oggi indotti nella maggior parte dei paesi sottosviluppati dallo stesso processo di sviluppo; in alcuni paesi dell’Europa occidentale e negli Stati Uniti, invece, questi tipi di comportamento erano già fortemente radicati prima dell’inizio del processo» (La strategia dello sviluppo economico, pagg. 164-166.).

In una successiva ricerca, che costituisce un tentativo di formulare un paradigma unitario, in cui ricomprendere su un piano paritetico forze di mercato e forze esterne al mercato, Hirschman trascrive la prima frase sopra citata e aggiunge, riferendosi al precedente lavoro:

«In quella sede mi occupavo delle turbative dell’equilibrio e del suo ripristino. Kenneth Arrow si è espresso in termini pressoché analoghi circa il passaggio da uno stato men che ottimale a uno ottimale:

“Suggerisco qui l’idea che, quando il mercato non riesce a raggiungere uno stato ottimale, la società, almeno in una qualche misura, individuerà lo scarto e istituzioni sociali estranee al mercato sorgeranno nel tentativo di colmarlo. Questo processo non è necessariamente cosciente.”

Queste opinioni non implicano assolutamente, come immediatamente sia io che Arrow ci affrettammo a soggiungere, che ogni squilibrio o stato non ottimale sarà comunque eliminato da una combinazione di forze di mercato e non. E neppure escludono l’eventualità che le due serie di forze possano agire in modo discordante. Ma esse lasciano aperta la possibilità di una congiunzione che potrebbe benissimo essere inadeguata di queste due forze, laddove le dottrine liberistiche e interventistiche hanno guardato alle forze di mercato e a quelle esterne al mercato in modo rigidamente manicheo: le forze benigne del fautore del liberismo sono le forze maligne dell’interventista, e viceversa» (Lealtà, defezione, protesta, pag. 23).

Come si vede, lo schema di riferimento di Hirschman, pur essendo in questo libro più ampio, resta ambiguo e generico, in quanto i fatti sociali sono definiti come forze esterne al mercato, cioè come complemento dell’insieme delle forze di mercato. Una prospettiva del genere, molto radicata e diffusa, non è compatibile con le politiche pubbliche di intervento nel sociale in funzione dello sviluppo.[pag. 75]

Indice della pubblicazione

Politiche di sviluppo, innovazione, parchi scientifici e tecnologici

G. Bolacchi


Premessa online

Parte prima. I problemi dello sviluppo: variabili economiche e variabili sociali.

  1. Alcune problematiche dello sviluppo in ambito economico. online
  2. Il progresso tecnologico e l’innovazione. online
  3. L’innovazione e le pre-condizioni dello sviluppo. online
  4. Anomalie economiche e sociali del mercato e squilibri nella dinamica dell’innovazione. online

Parte seconda. L’esplicazione del Parco scientifico e tecnologico nell’ambito degli interventi pubblici orientati alla gestione del processo di innovazione.

  1. Le definizioni descrittive del concetto di Parco.
  2. Il Parco come infrastruttura puntuale con obiettivi di sviluppo. online

Parte terza. Il ruolo del Parco nei sistemi di mercato sviluppati e industrializzati.

  1. Le esternalità derivanti dall’attività di ricerca e sviluppo. online
  2. L’effetto di spiazzamento e il rendimento sociale delle risorse pubbliche. online
  3. L’intervento pubblico in materia di ricerca e sviluppo e la salvaguardia delle regole del mercato.

Parte quarta. Il ruolo del Parco nei sistemi socio-economici in via di sviluppo.

  1. L’attivazione delle pre-condizioni dello sviluppo. online
  2. L’investimento in capitale umano innovativo in funzione dello sviluppo.
  3. La formazione di capitale umano e la cultura dell’innovazione. online
  4. Le esternalità derivanti dall’attività formativa e il rendimento sociale della spesa pubblica. online
  5. Tipologie di Parco con effetti indotti negativi nelle aree in via di sviluppo. online

Appendice. Il ruolo del Parco nell’ambito del Programma Operativo Regionale della Sardegna.

error: Protetto © Giulio Bolacchi