L’apporto delle scienze economiche e sociali alle politiche di sviluppo delle aree meridionali

Intendo riallacciarmi al discorso della scarsa domanda di scienza del meridione, che certamente è centrale, ma che deve essere capito in modo, vorrei dire, più neutrale di quanto non avvenga normalmente. Chiarisco cosa intendo dire quando mi riferisco alla neutralità. A me sembra che ci sia un equivoco abbastanza grave, che sta alla base di molte incomprensioni e della incapacità di capire il senso del problema del Mezzogiorno; un equivoco fondato, sostanzialmente, sull’uso contiguo della prospettiva storica e della prospettiva scientifica nell’analisi dei problemi del meridione. Lo stesso prof. Donzelli, direttore dell’Istituto meridionale di storia delle scienze sociali, sostiene che non a caso la storia viene associata alle scienze sociali.

L’elemento persistente della storia, questo ricorso continuo alla prospettiva storica, riflette, in sostanza, molta parte del vecchio meridionalismo, perché il vecchio meridionalismo, come analisi del problema dell’arretratezza economica e sociale del meridione, si è svolto al di fuori di quelle che possiamo considerare come le prospettive più moderne dell’attuale scienza sociale. I vecchi meridionalisti non conoscevano niente della scienza sociale moderna e, ovviamente, si muovevano in una prospettiva ancora ambigua dal punto di vista metodologico, in riferimento agli studi scientifici della società.

Insisto su questo problema che, come studioso sociale, mi sta molto a cuore, perché penso che, da un punto di vista metodologico, la distinzione radicale tra prospettiva storica e prospettiva scientifica debba sempre essere tenuta presente. Le uniche scienze sociali che sono in qualche modo riuscite a superare questa ambiguità sono le scienze economiche. Non a caso l’economia ha cominciato a costituirsi in scienza quando, appunto, ha avuto la forza di abbandonare la prospettiva storica e di studiare l’economia in una prospettiva che potremmo chiamare di tipo strutturale, e che è una cosa diversa dalla storia. In un certo senso tutto è storia; c’è anche la storia naturale, ma non per questo gli scienziati naturali confondono la storia naturale con la scienza naturale. Dovremmo avere la forza, il coraggio di abbandonare l’eredità dello storicismo tedesco.

L’equivoco di cui parlavo è un equivoco limitativo di fondo, anche perché impedisce una reale intersoggettività dei discorsi sul meridione. Ogni volta che mi trovo a dover discutere di questi problemi su un piano sociologico, trovo sempre una disparità di punti di vista,[pag. 213] che indubbiamente non favoriscono l’incontro tra i vari studiosi, mentre noi sappiamo che la scienza implica il superamento dei punti di vista e la realizzazione di un’intersoggettività, non solo semantica, ma di impegni, un’intersoggettività metodologica, soprattutto perché essa porta, poi, alla intersoggettività sintattica e semantica.

Questo primo equivoco accentua una seconda difficoltà, abbastanza grave. Mentre gli economisti fanno largo uso di modelli esplicativi – faccio questo parallelismo perché penso che sia anche opportuno vedere fino a che punto si sono spinte in avanti le altre scienze sociali rispetto alla sociologia in senso stretto – gli studiosi sociali non ne utilizzano. Sì, ci sono dei modelli a limite, ma sono modelli di tipo filosofico, modelli generalissimi, modelli del funzionalismo, che prestano il fianco a molte critiche (non voglio entrare nel dibattito del funzionalismo, anche se sarebbe interessante) modelli che servono a poco, che non gettano molta luce sui problemi.

Non esistono modelli in sociologia, perché l’esigenza di chiarezza e di razionalità scientifiche che sta alla base dello sviluppo di tutte le scienze naturali, e anche in parte sta alla base dello sviluppo della economia, non ha quasi per niente toccato la sociologia e, purtroppo, si continua a essere arroccati su posizioni ideologiche personali, che ovviamente vanno comprese e vanno rispettate, ma si stenta a cercare un incontro più diretto. Manca, quindi, un modello di riferimento, che purtroppo in questi quarant’anni di studi non è stato costruito.

Come sociologo mi sono occupato di modelli economici di spiegazione concernenti il passaggio dal sottosviluppo allo sviluppo, e nell’ambito dell’economia sono riuscito a costruire delle relazioni funzionali accettabili, che spiegano le difficoltà e individuano le variabili indipendenti sul piano economico e la variabile concernente i flussi di capitali esterni. Una di quelle variabili – incominciamo ad intenderci anche su questo piano con una certa rapidità, perché ci sono i modelli – sono i flussi di capitali esterni che sono arrivati nelle aree sottosviluppate e che hanno determinato, sostanzialmente, un incremento dei consumi, che a sua volta ha provocato un incremento delle quote di mercato della aree sviluppate. Molti chiamano questo fenomeno circolo vizioso, ma si può definire come una situazione di dipendenza, per cui tutti i flussi di capitali esterni che entrano nelle aree sottosviluppate escono, nuovamente, come flussi sul piano dei consumi, attivando flussi di importazioni che, poi, caratterizzano incrementi delle quote di mercato delle industrie sviluppate. Si capisce, quindi, come tutti abbiano interesse ad attivare questi flussi di capitali esterni e come le aree sottosviluppate, in sostanza, abbiano segnato e segnino aumenti di reddito molto consistenti.

Io vivo in Sardegna e debbo dire che il reddito pro-capite dell’abitante sardo è molto elevato, quasi si livella al reddito pro-capite dell’abitante del Nord d’Italia; ma poi, mi domando da dove e come [pag. 214] provenga, quale sia la variabile indipendente che determina questo reddito. Qui è il punto. La variabile indipendente che lo determina sono i flussi di capitali esterni: se venissero meno i flussi di capitali esterni calerebbe immediatamente il reddito pro-capite, perché i flussi di capitali esterni – è un discorso complesso che in questa sede si può solo toccare di sfuggita – non attivano nell’area sottosviluppata un processo, come dicono di economisti, di accumulazione endogena, ovvero di crescita auto propulsiva. Sono flussi di capitali che arrivano e ripartono, incrementando l’importazione e, in sostanza, avvantaggiando le aree sviluppate.

Naturalmente, ci sono anche le politiche di industrializzazione, ma non hanno dato effetti consistenti; esistono le politiche di incentivazione; si utilizzano le politiche di defiscalizzazione; insomma, ci sono le politiche concernenti la creazione di poli di sviluppo tecnologico, ma in tutta la logica degli interventi per il meridione non c’è stato mai, in realtà, nessun tipo di intervento che abbia inciso in modo diretto sull’ambiente sociale.

Insisto su questo punto, che è fondamentale, perché interventi sul sociale ce ne sono stati moltissimi, come la creazione di numerosissime biblioteche, che vennero attivate nell’idea ingenua che bastasse un certo numero di biblioteche per modificare la struttura sociale del meridione; così come ingenua era, ed è, l’idea secondo cui basterebbe incentivare lo sviluppo industriale per modificare la struttura sociale del meridione. In realtà, dopo quarant’anni di studi sul meridione siamo allo stesso punto, per cui la struttura sociale viene considerata come un indotto dello sviluppo economico. Questi quarant’anni ci hanno detto che non è assolutamente vero, che senza sviluppo economico non c’è neanche cambiamento sociale.

Se noi attiviamo lo sviluppo economico in aree sottosviluppate, è molto probabile che non si realizzi, che non si riesca a determinare una crescita auto-propulsiva, e questo vale per tutto il meridione. E, dal momento che il problema del recupero delle aree sottosviluppate riguarda tutto il mondo, credo che resti una delle questioni più importanti del nostro tempo. Il contesto sociale non viene toccato per niente da una visione, oserei dire, economicistica – uso questo termine non in senso dispregiativo, ma perché gli interventi politici hanno avuto come unico obiettivo solo lo sviluppo di tipo economico, quindi solo in termini di flussi di capitali esterni, mentre gli altri erano considerati interventi di supporto.

Non è difficile capire perché la ricerca nel meridione non va avanti e perché c’è questo rapporto anomalo tra classe politica e società. Ed è chiaro che non è stato fatto nessun intervento sulla società, ma sono stati fatti tutti gli interventi possibili e immaginabili a partire da un’analisi economica. Io penso che non ci sia più niente da fare e adesso, come ultima ratio, sono stati creati i poli di sviluppo [pag. 215] tecnologico. Abbiamo sperimentato l’industria, le cattedrali che si sono rivelate nel deserto; abbiamo sperimentato i nuclei di industrializzazione, cioè la creazione di grandissime infrastrutture disponibili per l’industria, che poi non è venuta. In Sardegna, per esempio, ci sono numerosissime aree e nuclei di industrializzazione che hanno strade, luce, lottizzazione, ma in essi non si insedia l’industria e l’ambiente sociale non è cambiato.

Allora io sostengo che, parallelamente agli interventi di tipo economico, che sono fondamentali, occorre soprattutto, contestualmente o contemporaneamente, che vengano attivati interventi volti a modificare quelli che potrebbero essere chiamati attitudini o atteggiamenti generalizzati nel sociale. Nella provincia di Nuoro, nella quale ci sono 60 mila pastori e 3 milioni di pecore, è stato tentato un insediamento industriale a Ottana, che poi non ha portato nessun risultato ed è crollato come tutti gli altri insediamenti industriali.

Si tratta di una modificazione degli atteggiamenti. Individuare oggi gli atteggiamenti potrebbe sembrare una cosa vecchia, perché adesso, anche nel campo delle scienze sociali, c’è una situazione strana, dal momento che si tenta di recuperare schemi passati a fronte di una visione più razionale, più scientifica, legata proprio a schematismi precisi. Certo i modelli sono più poveri del discorso che spazia e che ha dei contenuti molto più articolati, però è necessario partire dagli schematismi precisi, per avere un’ipotesi determinata in cui si tenta di individuare variabili dipendenti e indipendenti. Altrimenti, non ci si può illudere di poter far qualcosa, ma, al massimo, si può parlare e fare un bellissimo discorso letterario sul sottosviluppo, esponendolo da un punto di vista che può anche contenere delle intuizioni indubbiamente interessanti. Ma dalla fase delle intuizioni si deve passare alla fase di esplicazione. Scienza sociale significa che si può intuire quanto si vuole, ma finché la intuizione non trova corpo in un modello esplicativo rigoroso, non ha significato, non dà nessuna indicazione di politica sociale.

Non bisogna dimenticare il fatto che i politici hanno bisogno anche di indicazioni, ma se si esaminano le indicazioni dei meridionalisti, o degli studiosi di meridionalismo, possiamo notare questa loro incapacità di spiegare i problemi del meridione. Quali indicazioni hanno dato, quali obiettivi hanno formulato perché i politici potessero realizzare interventi di politica sociale? Non si parla neanche di politica sociale, si parla solo di politica economica.

Io ricordo che tanti anni fa, mi sembra alla metà degli anni ’60, venne in queste regioni meridionali uno studioso americano, che voi tutti ricorderete, Banfield, che scrisse un piccolo libretto su una comunità del Mezzogiorno, di cui alcuni parlarono scandalizzati. Alla fine tutto venne messo a tacere, in base a considerazioni del tipo: “chi è questo qui”, “ma come si permette”, “un americno che viene a stu-[pag. 216]diare queste cose ha un punto di vista troppo limitativo, non ha l’esperienza diretta, non conosce la letteratura del meridionalismo”. In realtà è venuto da studioso, ha tentato di formulare un modellino – non aveva strumenti metodologici estremamente avanzati – ha usato in modo intelligente gli strumenti che aveva a disposizione e ha detto delle cose che ancora oggi possiamo toccare con mano.

Noi facciamo ancora adesso discorsi sulla mafia, sulla classe dirigente, sulle interferenze, sui distacchi tra società e istituzioni, sul familismo amorale – una parola che poi è stata ripresa da alcuni e cancellata da altri, con la conseguenza che nessuno in pratica ha continuato a verificare questo filone, che condensa una serie di fenomeni. Quando si dicono queste cose, si può essere rimproverati che la realtà non è così, ma quando si fa analisi sociologica – è questo un punto che dobbiamo tener presente – si studia la società nel suo complesso. E quando si dice che manca l’atteggiamento positivo verso l’imprenditorialità – e possono esserci anche migliaia di imprenditori – si intende che è assente un atteggiamento generalizzato nel contesto sociale, inteso in questo caso, come atteggiamento positivo verso il rischio, anche se ci sono mille persone che rischiano ogni giorno. Per parlare della esistenza di un atteggiamento generalizzato, deve essere l’intero contesto a recepire questo atteggiamento.

Si potrebbe anche ricordare come è sorta la scienza sociale: la scienza sociale è sorta proprio quando, nel contesto sociale dei paesi industrializzati, la razionalità economica – basta leggere Schumpeter nel suo bellissimo saggio sul capitalismo nella democrazia – nata con la partita doppia, si è estesa e ha impregnato di sé tutti gli aspetti della società e, quindi, anche lo studio stesso della società. Ma io dico che gli studi sul meridione non hanno risentito di questa razionalità scientifica, perché la società del meridione non è stata toccata dallo sviluppo della razionalità economica. Non voglio scomodare Weber sulle origini del capitalismo, ma sarebbe forse anche il caso di ipotizzare una interazione di questo tipo, per cui la società meridionale, che non è stata influenzata dal razionalismo economico, il quale poi ha impregnato di sé tutti gli altri aspetti del sociale, è rimasta tagliata fuori.

Pensando alla razionalità economica emergente, che potrebbe  dirsi sia lo spirito del capitalismo, e alla scienza sociale, possiamo dire che il meridione non è stato toccato socialmente. La società meridionale è ancora legata a schemi e a tradizioni antiquati. I vecchi meridionalisti non hanno capito queste cose perché studiavano il meridionalismo come rivendicazione, così come hanno fatto i politici; ma non si trattava della rivendicazione di un mutamento ella società, o di flussi di capitali esterni. Non c’è, credo, un solo meridionalista che abbai rivendicato una modificazione della società. Per questi studiosi la società doveva rimanere come era, perché dovevano essere tutela-[pag. 217]te l’etnia e la cultura; e così, il vecchi meridionalismo si è tradotto solo in rivendicazione di tipo meramente economico, senza che si pretendessero modificazioni generalizzate negli atteggiamenti.

Questo è il punto critico di tutto il problema, al quale dobbiamo, in qualche modo, porre rimedio, anche se nel lungo periodo, nel quale certamente si modificherà qualcosa, in virtù dei mezzi di comunicazione di massa e della integrazione sociale dell’Europa. Ma non è questo il discorso che debbono fare le persone che hanno a cuore gli interventi di tipo politico, cioè di politica sociale.

La ricerca sociale meridionalistica si trova in una situazione critica perché, come è stato giustamente e da più parti sottolineato, nel meridione manca una domanda di ricerca sociale, a causa di un contesto completamente staccato dalla razionalità economica, la quale sta alla base della ricerca sociale. Bisognerebbe, innanzitutto, che gli studiosi di questi problemi si mettessero d’accordo su che tipo di ricerca sociale si intenda fare e, almeno, su qualche punto metodologico: che tipo di scienza sociale, quali modelli, se si vogliono individuare delle variabili dipendenti o indipendenti, o se si vuole continuare a fare un discorso certamente interessante, ma purtroppo scarsamente operativo. È necessario mettersi d’accordo su questo punto, in quanto la scienza ha una grande responsabilità, anche di tipo pedagogico, nei confronti dei politici.

Bisogna poi attivare interventi politici che siano diversi e complementari rispetto agli interventi di tipo economico che fino ad ora sono stati fatti. Se non si realizzano queste condizioni, che sono le precondizioni dello sviluppo economico – cioè la modificazione del sistema sociale o, quanto meno, una tendenziale modificazione negli atteggiamenti sociali incompatibili con la razionalità e con lo sviluppo economico – allora anche gli interventi economici si muoveranno su una terra bruciata e sarà sempre più difficile recuperare la cultura del Mezzogiorno. Ma noi che siamo nel Mezzogiorno dobbiamo fare anche un ulteriore sforzo, dobbiamo rinunciare a una parte di questa cultura, perché la cultura del meridione è una cultura arcaica, e non si può pretendere di instaurare in essa un processo di sviluppo, anche solo economico. Certo, ci saranno sempre queste disfunzioni, ma si affaccia anche la speranza che qualche cosa si può fare per modificare questa situazione.[pag. 218]

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