Definiamo il pluralismo

(G. Bolacchi, pubblicato in: Il Sole 24 Ore, 22 marzo 1978)

Molti i tentativi di chiarificazione da parte degli intervenuti al dibattito, tuttora in corso, sui temi dell’egemonia e del pluralismo e sul nuovo ruolo del Pci nella politica italiana; scarse le chiarificazioni. Si tende a riproporre vecchi schemi esplicativi, a confondere il pluralismo con l’attuale sistema politico italiano, ad associare l’egemonia esclusivamente al modello di gestione politica portato avanti dal Pci.

Il permanere di queste e di altre confusioni può lasciare perplessi circa gli sbocchi dell’attuale situazione politica in Italia e può portare al convincimento che l’incontro tra la Dc e il Pci, il compromesso tra le due più importanti forze politiche italiane, da attuare con gradualità ma con continuità, sia l’unico mezzo per ricostituire nel Paese un insieme di valori rinnovati sui quali possa fondarsi un nuovo patto sociale e in base ai quali possa essere selezionata una nuova leadership in grado di realizzare nel Paese una funzione-guida.

I problemi sociali. A me sembra che questo modo di impostare un discorso esplicativo sui problemi italiani non sia corretto; per il fatto che esso tende a spiegare i problemi sociali in modo tautologico, assumendo la dinamica sociale come spiegazione di se stessa. Chiarisco meglio. Partendo dalla inconfutabile evidenza della crescita di una forza sociale come il Pci, si deduce come conseguenza logica che tale crescita debba sfociare in un compromesso necessario con l’altra principale forza sociale che è la Dc. Non solo, ma se ne deduce anche che l’attuale stato di disgregazione del sistema sociale italiano sia una conseguenza del tentativo posto in essere da diversi gruppi politici di impedire la “convergenza” naturale delle due importanti forze sociali. Questa è, ridotta all’essenziale, l’argomentazione di tutti coloro che auspicano una rapida attuazione del compromesso storico.

Le implicazioni della convergenza tra Pci e Dc non possono essere comprese, se non si fa riferimento ad un modello teorico che esplichi i presupposti sociali su cui può realizzarsi un accordo tra Dc e Pci e gli effetti che si produrranno sul comportamento sociale come conseguenza di tale accordo. Il modello che intendo utilizzare per effettuare questo tipo di analisi è quello del sistema sociale pluralistico.

Il pluralismo è un tipo di sistema sociale mediante il quale il conflitto tra gruppi non viene eliminato, ma viene solo istituzionalizzato, cioè viene reso compatibile con la presenza di una società più vasta entro cui i gruppi in conflitto operano. Il pluralismo serve a rendere compatibile la coesistenza di gruppi in conflitto. Esso quindi non elimina il conflitto ma lo regola. Esistono altri tipi di sistemi sociali nei quali per definizione non esiste il conflitto: i cosiddetti sistemi collettivistici, ad esempio, che predeterminano univocamente le schede dei bisogni dei soggetti.

Possiamo preferire il collettivismo o il pluralismo; una cosa però è certa: se scegliamo il pluralismo dobbiamo essere consapevoli del fatto che, per definizione, il pluralismo presuppone il conflitto tra gruppi sociali e politici, in quanto esso è un modo di regolamentazione, non un modo di eliminazione del conflitto.

Come viene regolamentato il conflitto? Attraverso la istituzionalizzazione di tre limiti fondamentali alla gestione del potere: un limite che impedisce alla minoranza di gestire direttamente le funzioni pubbliche; un limite temporale alla gestione del potere da parte della maggioranza; un limite alla cumulabilità nella gestione delle funzioni pubbliche.

Il primo limite regola il conflitto (che si realizza proponendo innovazioni politiche e sociali sulle quali aggregare il consenso) in base al principio di maggioranza; il secondo limite significa che i gruppi in conflitto debbono alternarsi nella gestione del potere; il terzo limite afferma che le funzioni pubbliche debbono essere reciprocamente autonome.

Ci possiamo ora porre la domanda: il pluralismo che si e realizzato in Italia negli ultimi decenni riflette questa ipotesi, e in quale misura? Risulta subito evidente che dei tre limiti, solo il primo, quello connesso al principio di maggioranza, è stato attuato nel nostro sistema. Gli altri due limiti non hanno avuto modo di porsi o si sono posti in maniera del tutto anomala e parziale.

Non si è avuto il limite temporale alla gestione, poiché nel nostro sistema non è mai esistita una alternanza dei gruppi in conflitto nella gestione del potere. Non starò qui ad esaminare le cause di questo fatto; è sufficiente ai nostri fini ammettere questa prima grave disfunzione del sistema pluralistico. Non si è realizzato il limite alla cumulabilità nella gestione delle funzioni pubbliche; si è venuto al contrario realizzando, e negli ultimi anni accentuando, il fenomeno della appropriazione-espropriazione delle funzioni pubbliche da parte di gruppi politici, gruppi economici, categorie sociali e gruppi di pressione. Questo fatto ha creato nel sistema un profondo stato di degradazione, culminato nel fenomeno più anomalo e disfunzionale rispetto al pluralismo: la cosiddetta lottizzazione, cioè l’accettazione del metodo della appropriazione-espropriazione di funzioni come metodo politico generalizzato.

In questa situazione il sistema politico italiano, da sistema pluralistico in fieri, tende a trasformarsi in un sistema atipico nel quale le forze politiche mirano a regolamentare il conflitto non più utilizzando il metodo del pluralismo, coi limiti che ne  conseguono, ma utilizzando un diverso metodo che è quello degli equilibri fondati esclusivamente sullo scambio sociale.

Il conflitto rimane, le divergenze ideologiche possono anche esse in qualche modo rimanere, ma le parti politiche ricercano una ragione di coesistenza non nella innovazione sociale e politica, nella progettualità competitiva ancorata alle regole del pluralismo, ma nello scambio, nella spartizione di funzioni espropriate alla collettività e gestite da singoli gruppi politici, nel reciproco e continuo condizionamento-ricatto, in una parola: nella lottizzazione e nel compromesso.

Vogliamo considerare tutto ciò come creazione di un nuovo patto sociale, come concorso di tutti i gruppi politici alla gestione del potere, come premessa per la formazione di una cultura omogenea (non egemonica perché composita, in quanto ad essa tutti i gruppi darebbero il loro apporto), come punto di partenza per la ricostituzione del nostro sistema sociale? Possiamo anche farlo, purché sia chiaro che questo non è pluralismo: è scambio. E lo scambio può anche essere realizzato in politica finché gli scambisti dispongono di risorse equivalenti. Ma quando le risorse di uno degli scambisti sopravanzano di gran lunga quelle dell’altro, allora lo scambio si tramuta in puro potere. La strada dello scambio ha come sbocchi, da un lato l’equilibrio fondato sulla stagnazione culturale e la mancanza di innovazione e di progettualità, dall’altro lato la rottura dell’equilibrio a favore di una delle parti e quindi l’affermarsi di una egemonia-dominio di un gruppo sugli altri gruppi.

La cultura in ritardo. La cultura italiana non ha mai recepito in senso pieno il significato del pluralismo; ne ha recepito solo alcuni aspetti formali o giuridico-istituzionali. Ha recepito in sostanza un certo tipo di costituzionalismo e di parlamentarismo; ma tutto questo non è ancora pluralismo. Non è interiorizzazione di un modello di vita tipico di società altamente dinamiche, che vedono nel conflitto non un elemento disgregazione sociale ma un elemento di progresso. Il conflitto nel nostro sistema ha la funzione di distruggere; nelle società pluralistiche ha una funzione innovativa e costruttiva.

Per questo motivo la società italiana è sempre una società tendenzialmente egemonica. La lotta politica in Italia è stata sempre considerata, e lo è tuttora, non come lotta per una leadership temporanea, non come lotta per realizzare proposte politiche innovatrici, ma come lotta per acquisire e conservare l’egemonia culturale e politica. È un tratto della nostra cultura; persino l’unità politica si è realizzata in Italia come egemonia di una classe. E non a caso il teorico riconosciuto del concetto di egemonia nell’ambito del marxismo è l’italiano Gramsci.

La conclusione è semplice: l’egemonia, il compromesso, lo scambio sociale non sono pluralismo e generano forme di organizzazione sociale che impediscono la crescita culturale e la partecipazione.

Articoli collegati

Pluralismo e innovazione, Il Sole 24 Ore, 15 febbraio 1978

Egemonia o pluralismo?, Il Sole 24 Ore, 4 marzo 1978

Impresa e mercato. I vincoli all’operare in Italia, Rivista di Politica Economica, marzo 1978.

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