Democrazia come volontà popolare e democrazia come lotta in concorrenza

Dopo quanto si è detto, comincia ad apparire chiaro come la definizione di «democrazia» proposta da Schumpeter, benché inquadri esattamente alcuni lati del fenomeno in esame, non tenga sufficientemente conto delle varie distinzioni che abbiamo sopra brevemente prospettato.

Già il capovolgere i tradizionali termini del problema e il rendere secondaria la decisione delle questioni politiche ad opera dell’elettorato rispetto alla elezione degli uomini che su quelle questioni dovranno decidere, se, da un lato, dà ragione delle critiche che possono rivolgersi contro le dottrine che teorizzano la volontà popolare, dall’altro non sembra riesca a superare agevolmente queste ultime, almeno nella loro più generale e accettabile formulazione in termini sociologici. Il fatto che la teoria della volontà popolare sia suscettibile di critiche che ne colpiscono soprattutto l’aspetto metafisico insito in quasi tutte le formulazioni della medesima, non toglie che la stessa contenga un elemento di verità; analizzando in sede sociologica il presunto fenomeno della volontà popolare, si è visto, infatti, che la stessa esiste nell’ambito di qualsiasi gruppo sociale politicamente organizzato, il quale abbia al centro uno o più interessi comuni agli individui che lo costituiscono, di cui la classe politica si faccia portatrice; si avrà quindi una somma di interessi interrelati e generalissimi, una convergenza di volontà tendenti al soddisfacimento degli interessi, tramite la classe politica che li abbia posti alla collettività come base di azione.

Dire poi che «il metodo democratico è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale i singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare»[44] ed affer-[pag. 204]mare, inoltre, che è compito del popolo «produrre un governo o un corpo intermedio, che a sua volta genererà un esecutivo o governo nazionale»[45] significa, in ogni caso, restare pur sempre legati a un concetto, sia pure mediato, di «volontà popolare». Ora, se può essere concepibile – sotto il profilo giuridico – che un soggetto o un gruppo di soggetti possano acquisire ex novo un potere di decidere, al verificarsi di una data circostanza, sotto un profilo politico occorrerà dare una giustificazione del fenomeno relativo all’ottenimento del potere di decidere, da parte di singoli individui, mediante una competizione avente ad oggetto il voto popolare: fenomeno, questo, che non si spiega se non presupponendo un trasferimento di quel potere di decidere, dell’elettorato al governo o al corpo intermedio. Ma se è così, allora il momento della volontà popolare riacquista una chiara preminenza.

Pertanto, pur intendendo fondare il proprio concetto di «democrazia» sul capovolgimento metodologico che sopra è stato indicato, Schumpeter implicitamente afferma – senza distaccarsi in ciò dalla dottrina classica – che la democrazia può dissociarsi nelle due componenti date dalla possibilità di scelta dei propri rappresentanti da parte del popolo e dal potere dell’elettorato di decidere le questioni politiche. E una volta accettato il principio rappresentativo, per attuare quel capovolgimento egli parte implicitamente dalla constatazione che in tanto può ammettersi decisione dei problemi politici da parte dell’elettorato, in quanto quest’ultimo elegga gli uomini che quei problemi dovranno decidere, non avendo senso, nell’ambito delle istituzioni politiche rappresentative, una decisione dell’elettorato autonoma rispetto alle elezioni e che, pertanto non si manifesti come decisione relativa alla scelta degli uomini che dovranno effettivamente risolvere i problemi politici. La decisione dei problemi ad opera dell’elettorato è, in tal modo, secondaria rispetto alla elezione dei rappresentanti; ma questo [pag. 205] carattere di secondarietà non esclude che una tale decisione debba pur sempre sussistere; sia quindi da presupporsi anche nel caso in cui scopo primo della formula democratica si consideri quello di eleggere gli uomini che dovranno decidere le questioni politiche.

Il capovolgimento di prospettive operato da Schumpeter, non solo non riesce a superare la dottrina della volontà popolare nella sua formulazione più ristretta e più propriamente sociologica, ma non spiega in che modo il procedimento elettorale possa essere suscettibile di una considerazione esclusiva, che prescinda da una sia pure generalissima decisione di problemi da parte dell’elettorato. Al contrario, la elezione degli individui facenti parte del governo o del corpo intermedio che a sua volta genererà un esecutivo, in tanto può avvenire in quanto tali individui formulino un piano o base programmatica da proporre all’elettorato al fine di raccoglierne l’adesione; non essendo l’elezione che un mezzo il quale consente all’elettorato di provvedere, in via mediata, al soddisfacimento degli interessi pubblici di cui i candidati alle elezioni si facciano portatori. L’elettorato in tanto elegge gli individui facenti parte del governo o del corpo intermedio, in quanto gli stessi si facciano portatori – al fine di soddisfarli – degli interessi generalissimi su cui dovranno convergere le volontà degli elettori, i quali ultimi giudicheranno appunto la elezione degli uomini, che di quegli interessi si facciano portatori, mezzo idoneo in ordine al soddisfacimento degli stessi.

A tale proposito è opportuno osservare che il rapporto mezzo-fine, cioè la adeguatezza del mezzo quale fattore di soddisfacimento degli interessi dell’elettorato, non è di solito avvertita da quest’ultimo, nel senso che l’elettorato compie solo la operazione consistente nel comparare l’insieme dei propri interessi più generali con quelli presi in considerazione entro la base programmatica, come suscettibili di soddisfacimento da [pag. 206] parte della classe politica che di quella base sia portatrice. Il comportamento dell’elettore è quindi un comportamento razionale, nel senso che esso è conseguenza diretta di un giudizio di implicazione tra i propri interessi più generali e le esigenze rilevabili entro una determinata base programmatica. I mezzi che i candidati ritengono di dover adoperare, al fine di pervenire a un soddisfacimento di quelle esigenze, normalmente non interessano l’elettore medio, il quale non possiede né la capacità tecnica per giudicare circa la adeguatezza dei mezzi, né l’attitudine a una tale analisi. Si spiega in questo modo come tali esigenze non si traducano – nei confronti dei singoli elettori – in effettivi interessi diretti, ma solo in interessi indiretti, cioè in interessi a che vengano investiti del potere di decidere le questioni politiche quegli individui che abbiano prospettato la base programmatica maggiormente conforme alle esigenze degli elettori. Si spiega inoltre come sia impossibile poter individuare una presunta volontà popolare che presupponga nel popolo una «opinione razionale e definita intorno ad ogni problema singolo»,[46] da tradursi in pratica scegliendo gli individui che procederanno alla sua attuazione. Una tale opinione razionale e definita presupporrebbe, appunto, quella possibilità di giudizio circa la adeguatezza dei mezzi al soddisfacimento degli interessi pubblici, che i singoli elettori non posseggono in alcun caso; per cui risulta del tutto inaccettabile la dottrina che considera scopo primo della formula democratica quello «d’investire l’elettorato del potere di decidere le questioni politiche»;[47] l’unica possibilità dell’elettorato essendo quella di influenzare la scelta degli individui che dovranno determinare la adeguatezza di quei mezzi e predisporre una realizzazione dei medesimi.

Tali considerazioni ci spingono a una ulteriore conclusione: tutte le critiche rivolte alla dottrina classica della volontà popolare hanno senso, ma non in quanto non esista una volontà [pag. 207] popolare, ma in quanto tale volontà non solo non possiede carattere di autonomia – essendo condizionata dalla base programmatica – ma è limitata alla pura e semplice espressione delle esigenze più generali appartenenti ai singoli membri della collettività, in quanto prescinde da una effettiva valutazione dei mezzi idonei a soddisfare quelle esigenze, al di là della scelta degli individui che si facciano portatori di programmi fondati sulle stesse.

Il particolare rapporto tra collettività e élite dirigente risulta caratterizzato dall’essere quest’ultima riconosciuta tale dal resto dei consociati solo in quanto gli stessi la considerino un mezzo nel senso di cui sopra; esso si attua in ciascun gruppo o classe sociale entro i quali si sia venuta enucleando una élite, quale portatrice delle più generali esigenze della collettività cui appartiene. In tal caso, appunto, la élite dirigente verrà considerata come un mezzo e da questa considerazione deriverà, su un piano sociologico, la effettività della sua funzione politica.

Riassumendo, una volta negata la esistenza di una volontà popolare razionale e definita, per via della considerazione secondo cui il giudizio razionale circa la adeguatezza dei mezzi utili al soddisfacimento degli interessi pubblici non è di solito posto in essere dal cittadino medio, la volontà popolare dovrebbe consistere nella rappresentazione di un insieme di interessi comuni tanto al singolo quanto alla collettività. [pag. 208]

Note

[44] J. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, p. 252.

[45] J. Schumpeter, id., p. 252.

[46] J. Schumpeter, id., p. 252.

[47] J. Schumpeter, id., p. 252.

Indice della pubblicazione

Teoria delle classi sociali

Giulio Bolacchi


Capitolo I: Strutture teoriche e scienze sociali

1. Schemi teorici e scienze sociali

2. La prospettiva metodologica delle scienze sociali

3. Le strutture linguistiche astratte

4. Il problema dei concetti teorici

5. Linguaggio osservativo e linguaggio teorico

6. Empirismo, criteri di significatività e termini disposizionali

7. Assiomatizzazione e linguaggio teorico

8. Il concetto di «linguaggio teorico» in Carnap

9. Linguaggio teorico e livelli di astrazione

10. Verificabilità empirica delle strutture astratte; rapporti fra diverse strutture linguistiche

11. Il ruolo della teoria generale nelle scienze sociali

12. Rapporti tra teoria economica e scienza sociale; il problema del sottosviluppo

13. L’integrazione delle scienze sociali e la teoria generale del comportamento sociale

Note del capitolo I

 

Capitolo II: Alcune teorie sulle classi sociali

1. Le principali teorie sulle classi sociali online

2. Classe e situazione di classe in Weber

3. La classificazione dei gruppi e il problema delle classi sociali in Sorokin

4. Il problema dell’ordine e la stabilità dell’interazione sociale in Parsons

5. Sistema di valori e stratificazione sociale in Parsons

6. I limiti fondamentali della teoria generale di Parsons

7. Critiche al «sistema sociale» di Parsons

8. La teoria integrazionista e la teoria coercitiva della società nell’analisi di Dahrendorf

9. Gruppi di conflitto e associazioni coordinate da norme imperative in Dahrendorf

10. Autorità e potere condizionante nella dinamica sociale

11. Il rapporto di autorità e la dinamica reintegratrice o pendolare; l’avvicendamento del personale nelle posizioni di dominio in Dahrendorf

12. I tre stadi di analisi delle strutture sociali: dinamica pendolare, dinamica strutturale-funzionale, dinamica cumulativa

13. Il problema della dinamica nelle teorie di Parsons e Dahrendorf

14. Conclusioni critiche sulle teorie di Parsons e Dahrendorf

Note del capitolo II

 

Capitolo III: Premesse a una teoria generale delle classi sociali

1. Scienza del comportamento e scienza psicologica

2. Le teorie causali del significato

3. La struttura funzionale degli interessi

4. Il campo disposizionale

5. Intermediazione, comunione e mutualità degli interessi negli studi di Perry online

6. Il concetto di «disposizione a rispondere» online

7. Disposizione a rispondere e segno nella semiotica di Morris online

8. Classe sociale e categoria sociale online

9. Il concetto di «interesse comune e interrelato» online

10. L’interesse di classe online

11. L’azione sociale di accettazione e l’azione sociale di condizionamento online

12. Il potere condizionante: potere istituzionale e potere deviante online

13. I concetti di «potere» e «autorità» in alcune teorie sociologiche

14. La dinamica del potere condizionante online

15. Potere deviante e classe sociale online

16. Comunione di interessi, istituzionalizzazione, internalizzazione e potere online

17. Considerazioni conclusive sul concetto di «classe sociale» online

18. Classi sociali e dinamica sociale online

Note del capitolo III

 

Capitolo IV: Democrazia e classi sociali

1. La dottrina classica della democrazia online

2. Indeterminatezza e irrazionalità del comportamento politico; la critica di Schumpeter al concetto di «democrazia» online

3. Democrazia e volontà popolare online

4. La volontà popolare come risultante del processo politico online

5. La democrazia come lotta in concorrenza per il comando politico online

6. Il metodo democratico e la rilevazione degli interessi pubblici online

7. Democrazia come volontà popolare e democrazia come lotta in concorrenza online

8. L’istituto della rappresentanza politica online

9. La forza sociale del potere e il problema della maggioranza online

10. Le differenti caratterizzazioni del concetto di «libertà» online

11. La democrazia come commisurazione istituzionalizzata della forza sociale del potere istituzionale e del potere deviante online

Note del capitolo IV

 

Capitolo V: Un esempio storico: la borghesia

1. La borghesia rivoluzionaria e la polemica di Sieyes contro il privilegio

2. Una interpretazione della Rivoluzione secondo le prospettive di Toynbee

3. Equivoci teorici connessi al concetto di «borghesia» online

4. I valori borghesi e i princípi di perduranza dell’antico regime

5. Il proletariato contemporaneo e la mancata assimilazione dei valori borghesi

6. Il concetto di «borghesia» nel pensiero di Croce

7. Le caratterizzazioni della «borghesia» in termini di ceto medio

8. Gli interessi comuni della borghesia online

9. Classe borghese e potere deviante online

Note del capitolo V

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