Democrazia e volontà popolare

Da quanto si è detto consegue chiaramente come il concetto di «volontà popolare» non sia né sufficiente né adeguato a darci una visione esatta del regime democratico. Infatti, sia che si consideri la volontà popolare nel senso classico e, quindi, al di fuori di qualsiasi rispondenza della stessa con l’effettiva dinamica individuale e sociale, sia che la si consideri nel senso cui sopra si è accennato, è pur sempre possibile che una tale volontà sussista, nel caso di governi non democratici, a favore di questi ultimi. Segno che un tale significato di «democrazia» è troppo ampio, va cioè al di là del fenomeno che dovrebbe caratterizzare, per ricomprendere altri fenomeni appartenenti ad ambiti più generali. Occorrerà quindi ricercare, in ordine al concetto in esame, un significato più dettagliato e specifico. Il tutto si può forse esprimere sinteticamente dicendo che «tanto la volontà quanto il bene del popolo possono essere serviti – e sono stati serviti in molti casi storici – altrettanto bene o forse meglio da governi che non si possono definire democratici secondo l’uso riconosciuto del termine» [9].

Che «democrazia» significhi identità tra la cosiddetta volontà collettiva (volonté générale) e la volontà di coloro che alla prima sono soggetti è un mito oggi largamente diffuso e radicato anche in sede scientifica: ne è una riprova la affermazione di Kelsen, per il quale «”democrazia” significa che la volontà che è rappresentata nell’ordinamento giuridico dello stato è identica alla volontà dei sudditi» (principio di auto-determinazione) [10]. E poiché la esistenza stessa di un ordinamento giuridico è addirittura incompatibile con un accordo totale tra volontà individuale e volontà collettiva in quello espressa – essendo completamente «superfluo un ordinamento normativo che regoli il comportamento reciproco degli individui, se è escluso a priori ogni conflitto fra l’ordinamento ed i suoi soggetti» [11] – ecco che l’auto-determinazione, la quale garantisce l’armonia tra la volontà collettiva e quella individuale, mediante la creazione dell’ordinamento sociale da parte degli individui che gli sono soggetti, si trasforma nel principio di maggioranza semplice per cui «il massimo grado di libertà individuale possibile, e cioè la maggiore approssimazione possibile all’ideale di auto-[pag. 192]-determinazione che sia compatibile con l’esistenza di un ordinamento sociale, è garantito dal principio che un mutamento dell’ordinamento sociale richiede il consenso della maggioranza semplice di coloro che vi sono soggetti» [12].

È questa, anche se esposta in termini più moderni e con maggiore accortezza critica, la dottrina classica della democrazia, che trova la sua più compiuta espressione in quella filosofia settecentesca del metodo democratico, secondo cui quest’ultimo sarebbe un «insieme di accorgimenti costituzionali per giungere a decisioni politiche, che realizza il bene comune, permettendo allo stesso popolo di decidere attraverso l’elezione dei singoli individui tenuti a riunirsi per esprimere la sua volontà» [13].

Bene comune e volontà generale sono, quindi, i presupposti su cui poggia questa concezione e, se pure il concetto di «bene comune» abbia assunto, nelle teorizzazioni recenti, un rilievo meno marcato e quasi marginale, esso resta pur sempre, nonostante gli accorgimenti critici adoperati per mascherarlo, il più immediato oggetto della volontà popolare.

Ma cos’è questo bene comune la cui conoscenza dovrebbe essere, per definizione, accessibile ad ogni consociato e sul quale dovrebbe regnare il più univoco accordo? Non esiste – dice Schumpeter [14] – un bene comune univocamente definito, sul quale tutti possano concordare immediatamente o in forza di una argomentazione logica; e se tale bene si dimostrasse accettabile a tutti, in ogni caso non implicherebbe risposte egualmente definite a singoli problemi. Ma se così è, la volontà generale come somma di singole volizioni individuali diventa vana, si traduce in un concetto astratto e formale privo di contenuto e, quindi, di possibile qualificazione. Né vale riportare questa volontà entro la sfera di quella entità semimistica e dotata di propria autonomia, che dovrebbe essere l’anima popolare.

Ma, ciò posto, è poi vero – si potrebbe obiettare – che è impossibile individuare, al di fuori del discorso metafisico, su un piano più propriamente sociologico, una volontà popolare distinta dalla volizione individuale? A questo punto, Schumpeter confuta, anzitutto, la tendenza ad attribuire alla volontà dell’individuo una autonomia e una razionalità del tutto irrealistiche; più esatto appare, invece, considerarla – in sede politica – «come un fascio confuso di impulsi vari, operanti su slogans ed impressioni equivoche» [15] e concentrare l’analisi sugli [pag. 193] elementi extra-razionali e irrazionali della condotta umana, che la moderna psicologia ha posto in luce con molta chiarezza. Tutto ciò, a voler prescindere dal fatto che la storia ci fornisce esempi per cui da un insieme di volontà individuali profondamente divise, non è mai stato possibile trarre decisioni politiche corrispondenti a una effettiva volontà popolare. Si è visto infatti che «se la prova cruciale di un governo per il popolo dev’essere fornita dai risultati che la grande maggioranza ritenga in definitiva soddisfacenti, un governo di popolo nel senso della dottrina classica della democrazia sarebbe spesso incapace di fornirla» [16].

Ma il dato scientifico fondamentale che sta in più netto contrasto col quadro della natura umana su cui si fonda la teoria classica della democrazia, al quale attinge largamente il «folklore democratico sulle rivoluzioni» [17], può trarsi dalle ricerche di psicologia della folla; intesa quest’ultima non solo nel senso di mero agglomerato fisico di più persone, ma come insieme di individui aventi una base comune di interessi e di azione (i lettori dei giornali, gli ascoltatori di programmi radio). Queste ricerche ci danno, per una folla intesa in tal modo, «un ridotto senso di responsabilità, un grado inferiore di energia intellettuale, una maggior sensibilità ad influenze extra-logiche» [18]. Su tale folla opera, a volte senza scrupoli, la tecnica della pubblicità, la quale, più che su argomenti razionali, si fonda sopra una serie di affermazioni più volte ripetute, dirette al subconscio e tendenti a «evocare e cristallizzare associazioni gradevoli di natura completamente extra-razionale e, molto spesso, sessuale» [19].

Non è detto, però, che per ciascun gruppo e per ciascun individuo non esista un campo sia pure ristretto di azioni che si distingua per un senso di responsabilità e definitezza delle volizioni e per una marcata determinatezza e razionalità del comportamento; si tratta, in genere, di una sfera più o meno ampia di interessi di cui si ha piena coscienza e che è relativa ai rapporti familiari, professionali, religiosi, o a rapporti comunque individuati dall’esistenza di piccoli gruppi caratterizzati nei modi più diversi; si ha, in questi casi, un tipico esempio di responsabilità implicita in un «rapporto immediato con gli effetti favorevoli o sfavorevoli di una certa linea di azione» [20]. E niente impedisce che una tale responsabilità e razionalità della condotta possano riscontrarsi anche nel campo degli affari pubblici, specie in quei settori più accessibili al cittadino comune, che sono l’amministrazione locale e, [pag. 194] solitamente, i problemi di politica monetaria e tributaria; ma in questi ultimi casi, si nota subito che solo una razionalità a breve termine si impone ed esercita un’effettiva presa in sede politica. Ed appena ci si allontana da questa sfera ristretta di interessi e si considerano questi ultimi alla stregua degli affari nazionali ed internazionali di più vasta portata, si ha che il senso della realtà e la razionalità del comportamento vengono meno in modo preoccupante e quasi assoluto.

«Normalmente, nell’economia psichica del cittadino comune, le grandi questioni politiche vanno ad affiancarsi o a quegli interessi delle ore di riposo che non sono assurti alla dignità di piccole manie, o agli argomenti di una conversazione irresponsabile. Sembrano così lontani, quei problemi; non hanno nulla a che vedere con le questioni professionali; i pericoli possono non concretarsi affatto e, se si concretano, non dimostrarsi così gravi; si ha l’impressione di muoversi in un mondo fittizio. Questo senso ridotto della realtà, spiega non soltanto un minor senso di responsabilità, ma anche l’assenza di una effettiva volizione» [21]. Volizione che dovrebbe tradursi in una cosciente e responsabile azione, e la cui assenza spiega, appunto, l’ignoranza e il disinteresse del cittadino medio nelle questioni politiche. Egli, entrando nella sfera della politica, scende ad un gradino inferiore di rendimento mentale: «ragiona e analizza in un modo che giudicherebbe infantile nella sfera dei suoi interessi concreti; il suo modo di ragionare diventa associativo ed affettivo» [22].[pag. 195]

Note

[9] J. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, p. 252.

[10] H. Kelsen, Teoria generale del diritto e dello Stato, p. 289.

[11] H. Kelsen, id., p. 291.

[12] H. Kelsen, id., p. 291.

[13] J. Schumpeter, id., p. 235.

[14] J. Schumpeter, id., p. 236.

[15] J. Schumpeter, id., p. 238.

[16] J. Schumpeter, id., p. 240.

[17] J. Schumpeter, id., p. 241.

[18] J. Schumpeter, id., p. 241.

[19] J. Schumpeter, id., p. 242.

[20] J. Schumpeter, id., p. 243.

[21] J. Schumpeter, id., p. 245.

[22] J. Schumpeter, id., p. 246.

Indice della pubblicazione

Teoria delle classi sociali

Giulio Bolacchi


Capitolo I: Strutture teoriche e scienze sociali

1. Schemi teorici e scienze sociali

2. La prospettiva metodologica delle scienze sociali

3. Le strutture linguistiche astratte

4. Il problema dei concetti teorici

5. Linguaggio osservativo e linguaggio teorico

6. Empirismo, criteri di significatività e termini disposizionali

7. Assiomatizzazione e linguaggio teorico

8. Il concetto di «linguaggio teorico» in Carnap

9. Linguaggio teorico e livelli di astrazione

10. Verificabilità empirica delle strutture astratte; rapporti fra diverse strutture linguistiche

11. Il ruolo della teoria generale nelle scienze sociali

12. Rapporti tra teoria economica e scienza sociale; il problema del sottosviluppo

13. L’integrazione delle scienze sociali e la teoria generale del comportamento sociale

Note del capitolo I

 

Capitolo II: Alcune teorie sulle classi sociali

1. Le principali teorie sulle classi sociali online

2. Classe e situazione di classe in Weber

3. La classificazione dei gruppi e il problema delle classi sociali in Sorokin

4. Il problema dell’ordine e la stabilità dell’interazione sociale in Parsons

5. Sistema di valori e stratificazione sociale in Parsons

6. I limiti fondamentali della teoria generale di Parsons

7. Critiche al «sistema sociale» di Parsons

8. La teoria integrazionista e la teoria coercitiva della società nell’analisi di Dahrendorf

9. Gruppi di conflitto e associazioni coordinate da norme imperative in Dahrendorf

10. Autorità e potere condizionante nella dinamica sociale

11. Il rapporto di autorità e la dinamica reintegratrice o pendolare; l’avvicendamento del personale nelle posizioni di dominio in Dahrendorf

12. I tre stadi di analisi delle strutture sociali: dinamica pendolare, dinamica strutturale-funzionale, dinamica cumulativa

13. Il problema della dinamica nelle teorie di Parsons e Dahrendorf

14. Conclusioni critiche sulle teorie di Parsons e Dahrendorf

Note del capitolo II

 

Capitolo III: Premesse a una teoria generale delle classi sociali

1. Scienza del comportamento e scienza psicologica

2. Le teorie causali del significato

3. La struttura funzionale degli interessi

4. Il campo disposizionale

5. Intermediazione, comunione e mutualità degli interessi negli studi di Perry online

6. Il concetto di «disposizione a rispondere» online

7. Disposizione a rispondere e segno nella semiotica di Morris online

8. Classe sociale e categoria sociale online

9. Il concetto di «interesse comune e interrelato» online

10. L’interesse di classe online

11. L’azione sociale di accettazione e l’azione sociale di condizionamento online

12. Il potere condizionante: potere istituzionale e potere deviante online

13. I concetti di «potere» e «autorità» in alcune teorie sociologiche

14. La dinamica del potere condizionante online

15. Potere deviante e classe sociale online

16. Comunione di interessi, istituzionalizzazione, internalizzazione e potere online

17. Considerazioni conclusive sul concetto di «classe sociale» online

18. Classi sociali e dinamica sociale online

Note del capitolo III

 

Capitolo IV: Democrazia e classi sociali

1. La dottrina classica della democrazia online

2. Indeterminatezza e irrazionalità del comportamento politico; la critica di Schumpeter al concetto di «democrazia» online

3. Democrazia e volontà popolare online

4. La volontà popolare come risultante del processo politico online

5. La democrazia come lotta in concorrenza per il comando politico online

6. Il metodo democratico e la rilevazione degli interessi pubblici online

7. Democrazia come volontà popolare e democrazia come lotta in concorrenza online

8. L’istituto della rappresentanza politica online

9. La forza sociale del potere e il problema della maggioranza online

10. Le differenti caratterizzazioni del concetto di «libertà» online

11. La democrazia come commisurazione istituzionalizzata della forza sociale del potere istituzionale e del potere deviante online

Note del capitolo IV

 

Capitolo V: Un esempio storico: la borghesia

1. La borghesia rivoluzionaria e la polemica di Sieyes contro il privilegio

2. Una interpretazione della Rivoluzione secondo le prospettive di Toynbee

3. Equivoci teorici connessi al concetto di «borghesia» online

4. I valori borghesi e i princípi di perduranza dell’antico regime

5. Il proletariato contemporaneo e la mancata assimilazione dei valori borghesi

6. Il concetto di «borghesia» nel pensiero di Croce

7. Le caratterizzazioni della «borghesia» in termini di ceto medio

8. Gli interessi comuni della borghesia online

9. Classe borghese e potere deviante online

Note del capitolo V

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