Egemonia o pluralismo?

(G. Bolacchi, pubblicato in: Il Sole 24 Ore, 4 marzo 1978)

La polemica fra Carli e Scalfari sulla egemonia della classe operaia, alla quale si sono finora aggiunti Pirani e Bocca su “Repubblica” e Pavolini su “Rinascita”, affronta forse il tema fondamentale dell’odierna società italiana. Non a caso Scalfari afferma che “la discussione sull’egemonia di una classe non è accademica. Al contrario è il nucleo centrale della questione italiana degli ultimi quindici anni. Perciò bisogna guardarci dentro con molta attenzione. Anzitutto chiarendone i termini”.

Un chiarimento dei termini penso debba avere come punto di riferimento la distinzione basilare tra il discorso ideologico e il discorso “politico” del Pci. L’analisi del  primo ci fornisce gli elementi invarianti della strategia di questo partito, l’analisi del secondo ci fornisce gli elementi mutevoli che di volta in volta vengono ridefiniti per adattarli a un insieme di circostanze non controllabili dal Pci.

Il Pci e quella parte del sindacato che ad esso si ispira sentono come irresistibile il richiamo gramsciano dell’egemonia, ma si rendono conto che un riconoscimento esplicito di questo basilare principio della ideologia marxiana può rendere più difficile il processo di inserimento del Pci nell’area di governo. È in atto pertanto un’azione volta da un lato a riproporre la classe operaia come classe egemone (intervista Lama e Convegno di Milano sulla partecipazione), dall’altro lato a negare l’esistenza di una struttura di classe, in modo da non essere costretti a parlare di egemonia (Bocca, Pirani e Pavolini) o ad estendere il concetto di egemonia a tutte le classi e quindi anche alla classe borghese (Scalfari).

Due aspetti di una realtà. Lo sforzo del Pci di cui anche Scalfari da un lato, Bocca, Pirani e Pavolini dall’altro lato, si fanno portatori è molto sottile. Se non si possono modificare i postulati della ideologia marxiana senza alterare la base di consenso del Pci, si possono però alterare i termini del problema sul piano teorico (ed è quello che tenta di fare Scalfari) e si può inoltre sminuire il problema “teorico” riconducendo le cose ai problemi concreti […] È con questo che deve misurarsi il dr. Carli, altro che Saint Simon (ed è quello che tentano di fare Bocca, Pirani, e Pavolini).

Questi due modi tanto diversi di superare il problema dell’antinomia egemonia-pluralismo meritano di essere approfonditi. Lascio per ultima la tesi di Scalfari perché è più complessa e profonda.

La riduzione al concreto operata da Bocca, Pirani e Pavolini e la conseguente eliminazione dall’analisi di ogni riferimento ai principi teorici della lotta di classe e della egemonia è singolare se si considera che viene formulata da persone impegnate ideologicamente. Essa è comunque improponibile per le ragioni che seguono.

Occorre innanzitutto tener presente che nel marxismo la teoria e la prassi costituiscono due aspetti strettamente interconnessi della medesima realtà, proprio perché la base sociale di consenso si realizza mediante l’interiorizzazione della coscienza di classe dello sfruttamento e dell’alienazione, alle quali consegue la lotta per la conquista della egemonia. Se la teoria marxiana viene alterata in una delle sue componenti fondamentali, quali l’egemonia, allora si altera il modo in cui la coscienza di classe, come coscienza dello sfruttamento derivante dal rapporto di produzione capitalistico, si realizza.

La base di aggregazione del consenso utilizzata dal Pci per porsi come partito-guida della classe operaia trova nella spiegazione marxiana della struttura capitalista il suo elemento centrale; l’aggregazione è ottenuta infatti contestando il sistema, e questa contestazione è fatta sulla base di uno schema ideologico molto preciso. Le categorie esplicative fondamentali della realtà utilizzate per aggregare il consenso sono quindi quelle marxiane. E la lettura del reale in una prospettiva marxiana che orienta il lavoratore e crea in lui la coscienza dello sfruttamento, cioè la coscienza di classe alla quale necessariamente consegue l’affiliazione a un partito-guida che realizzi sul piano politico gli interessi della classe.

Sarebbe quindi un errore considerare inutile o comunque estraneo ai problemi concreti della nostra società il discorso marxiano dell’egemonia; proprio perché questo discorso costituisce il tema più concreto dell’attuale situazione politica, in quanto individua il modo in cui la base del Pci si aggrega, e di conseguenza il modo in cui tale base, se venisse meno l’accettazione dell’egemonia come conseguenza della coscienza di classe, potrebbe disgregarsi.

Ecco perché le posizioni di Bocca, Pirani e soprattutto di Pavolini rischiano di apparire rivolte a spostare il dibattito su obiettivi di comodo, senza impegnarsi in un discorso sull’obiettivo reale: quello di stabilire se la teoria marxiana dell’egemonia sia compatibile o meno col pluralismo. “Si può discettare quanto si vuole attorno al concetto o meno del pluralismo –dice Pavolini– ma il problema politico al quale non si può sfuggire è quello di introdurre una svolta profonda nel modo di dirigere il Paese, e di esaminare se la classe operaia è portatrice di proposte e di valori capaci di attuare tale svolta; meglio, se questi indispensabili mutamenti nella gestione della cosa pubblica sono possibili senza l’apporto determinante della classe operaia”. D’accordo. Ma la “svolta profonda nel modo di dirigere il Paese”, gli “indispensabili mutamenti nella gestione della cosa pubblica” possono essere realizzati senza l’egemonia di classe o debbono essere necessariamente realizzati mediante l’egemonia di classe? E questo l’unico vero dilemma in cui si dibatte attualmente il nostro sistema politico.

E perché mai i problemi della nostra società dovrebbero essere meglio risolti ricorrendo alla preminenza del momento egemonico su quello pluralistico?

Si nasconde qui la seconda sottile insidia del ragionamento portato avanti dalla sinistra italiana istituzionalizzata. Il pluralismo non è visto infatti come un obiettivo da raggiungere, come un punto di arrivo nel difficile cammino di trasformazione delle attuali strutture sociali. Il pluralismo è visto unicamente come un dato storico, in modo specifico come la somma di tutte le connotazioni negative dell’attuale sistema. In realtà il clientelismo, il corporativismo, l’appropriazione-espropriazione di funzioni pubbliche, ciò che io chiamo potere deviante, lungi dal rappresentare il pluralismo ne costituiscono le più gravi disfunzioni. Ma le disfunzioni del pluralismo non possono essere eliminate negando il pluralismo e realizzando l’egemonia dominio di una classe al posto del pluralismo.

Da che cosa sorge l’esigenza del pluralismo? Dal fatto che, allo stato attuale, non esistono criteri che consentano di stabilire in modo intersoggettivo un ordine tra gli interessi delle varie classi che competono per gestire il potere politico. L’unico criterio d’ordine finora accettato e istituzionalizzato è quello codificato nel metodo pluralistico. Il pluralismo è una regola del gioco che si fonda: a) sulla competizione tra gruppi mediante l’innovazione, regolata dal principio di maggioranza; b) sulla alternanza dei gruppi in competizione nella gestione del potere (limite temporale alla gestione delle funzioni pubbliche); c) sulla autonomia e non cumulabilità delle funzioni pubbliche istituzionalizzate.

Questo concetto di pluralismo può essere accettato o non accettato; è indubbio però che esso sintetizza su un piano di astrazione logica tutte le costanti che caratterizzano il tipo di sistema sociale al quale normalmente ci si riferisce quando si parla di “democrazia in senso occidentale”. Ed è indubbio altresì che esso è incompatibile rispetto al concetto marxiano e a quello gramsciano di egemonia.

Il riferimento alla coesistenza di più classi in competizione implica che nessuna di esse consideri i propri valori come egemoni rispetto a quelli delle altre classi, ma che ciascuna di esse realizzi una preminenza limitata e temporanea, fondata sulla maggioranza dei consensi che la classe riesca ad acquisire compatibilmente con le regole del gioco. Nel pluralismo si ha quindi un insieme di classi che riconoscono nella maggioranza dei consensi l’unico mezzo valido per stabilire una preminenza temporanea dei valori o dei progetti di una o più classi rispetto a quelli di tutte le altre classi. Quanto tutto questo sia distante dal considerarsi classe generale, dall’assumere i propri valori come egemoni e dal porsi come obiettivo l’egemonia-dominio, qualsiasi lettore di testi di teoria marxiana o gramsciana può facilmente stabilire!

Scalfari può aver ragione quando afferma che la rivoluzione dell’89 è il più eloquente esempio dell’egemonia borghese e che tutto l’ottocento ha visto in Europa l’egemonia dei proprietari fondiari, con l’eccezione dell’Inghilterra dove il ruolo di classe generale era già passato sulle spalle della borghesia imprenditoriale. Sbaglia però quando mostra di ritenere che queste fossero società pluralistiche. Se ci intendiamo sui termini del discorso e li definiamo correttamente, non possiamo ragionevolmente affermare che l’egemonia della classe borghese (fondiaria o industriale) nell’ottocento e forse in buona parte del novecento si sia realizzata utilizzando metodi di gestione politica di tipo pluralistico. Purtroppo quei metodi di gestione politica erano di tipo egemonico, proprio perché sul piano culturale la classe borghese si poneva come classe generale e nel far ciò tendeva ad assolutizzare i propri valori e a legittimare in termini di permanenza il proprio potere.

Vero è che, mentre la borghesia si affermava come classe egemone, nella società cominciavano a maturare e a trovar spazio quelle spinte razionalistiche che, sviluppando le prospettive illuministiche, avrebbero portato alla elaborazione e all’approfondimento dei concetti di libertà (dallo stato e per mezzo dello stato), democrazia, partecipazione e, infine, pluralismo. È stato appunto nella società borghese, durante la egemonia della classe borghese, che questi concetti si sono via via sviluppati, sono stati approfonditi e hanno progressivamente trovato spazi istituzionali.

Il conflitto tra le classi. Questo significa –come dice Scalfari– che il “pluralismo non solo non esclude, ma anzi presuppone una classe generale e una classe egemone”? Scalfari qui confonde tra progressiva maturazione storica dell’idea pluralistica, con conseguenti disfunzioni del pluralismo che ne hanno accompagnato la realizzazione, e pluralismo come punto di arrivo di una trasformazione, ancora in atto, dei nostri sistemi sociali.

La teoria marxiana non prende in considerazione il pluralismo proprio perché utilizza come parametro interpretativo della realtà sociale la lotta di classe, il conflitto tra classi che tendono ad essere egemoni. Ciò non impedisce però che la società possa essere analizzata utilizzando differenti e più comprensivi parametri; uno di questi è appunto il pluralismo. Se interpretiamo la società, ed anche la storia, in una prospettiva di lotta di classe ci precludiamo la possibilità di interpretarle in una prospettiva di pluralismo e viceversa.

Il passaggio dalla teoria del conflitto di classe (e quindi dell’egemonia di una classe) alla teoria del pluralismo è forse il dato più significativo cui è attualmente giunta l’analisi sui problemi politici e sociali. È vero pertanto –come dice Scalfari– che una “collettività non può vivere senza valori e modelli di comportamento dominanti, ai quali la maggioranza possa attenersi”; ma è anche vero che, ciò posto, dobbiamo operare una scelta: i valori e modelli di comportamento dominanti debbono essere quelli nei quali una classe generale storicamente si riconosce, o non possono essere quelli che si richiamano senza disfunzioni ai principi del pluralismo? Contrapporre il marxismo al paleo-capitalismo può andar bene, purché si abbia l’avvertenza di contrapporre il marxismo anche al pluralismo.

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Pluralismo e innovazione, Il Sole 24 Ore, 15 febbraio 1978

Definiamo il pluralismo, Il Sole 24 Ore, 22 marzo 1978

Impresa e mercato. I vincoli all’operare in Italia, Rivista di Politica Economica, marzo 1978.

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