Impresa e mercato. I vincoli all’operare in Italia

Intervento di Giulio Bolacchi all’incontro di studio

L’analisi dei vincoli all’operare delle imprese è molto importante. Credo però che questo convegno debba fare non tanto un lavoro di analisi quanto di sintesi, nella quale i vincoli possano essere compiutamente esplicati in una dimensione teorica. Un tentativo di esplicazione teorica è stato fatto negli interventi di Di Nardi, Galgano e soprattutto nella introduzione del presidente Carli.

In questo intervento mi occuperò soprattutto della relazione di Galgano, che mi sembra si distacchi dalle altre relazioni e si ponga rispetto ad esse in termini di contrapposizione.  [pag. 451] 

ASecondo Galgano non si può parlare di ortodossia o non ortodossia con riferimento al marxismo, in quanto il marxismo sarebbe una scienza. Mi pare superfluo, a questo proposito, richiamare – tra i tanti – Pareto, che nei Sistemi socialisti si è soffermato a lungo sui presupposti di natura ideologica del marxismo; così come mi pare superfluo – per restare nell’ambito dei più recenti dibattiti svoltisi in Italia – richiamare Colletti e tutta la polemica che le sue tesi hanno determinato. Ritengo però opportuno esporre alcune precisazioni.

Se è vero che il marxismo è “scienza”, è anche vero che il marxismo non è certamente scienza galileiana. Dovremmo allora metterci d’accordo sull’uso delle parole e dire che c’è una scienza che ha le connotazioni metodologiche dell’esperimento controllato (e quindi della verificabilità empirica e della ripetibilità) e un’altra “scienza”, che dovrebbe essere quella marxiana, la quale ha connotazioni diverse, connesse a una prospettiva di tipo storicistico più che a una prospettiva di tipo sperimentale.

Questo solo fatto differenzia radicalmente il marxismo dal metodo galileiano, sul quale poggiano le scienze naturali e sul quale dovrebbero poggiare anche le scienze sociali. La prospettiva scientifico–strutturale utilizza la logica funzionale; la prospettiva marxiana utilizza un altro tipo di schema esplicativo, quello dialettico, proprio perché considera i fenomeni sociali nella loro dimensione storica.

Esiste una radicale differenza tra la dialettica e la logica funzionale; una differenza che riconduce la logica funzionale alla problematica del pensiero matematico e del pensiero scientifico–sperimentale, la dialettica alla problematica della intuizione filosofica. Siamo da un lato nel campo dell’esperimento controllato e dall’altro lato nel campo della filosofia.

BIl concetto di “egemonia” mi pare sia un concetto centrale che in questo convegno debba essere chiarito. Galgano ha parlato dell’egemonia come di una situazione in cui si trovi una classe la quale si faccia carico degli interessi della collettività. L’egemonia, anche se definita in questi termini che potremmo dire altruistici, costituisce una negazione del pluralismo, se si considera il pluralismo come l’elemento centrale di una società fondata sull’innovazione e sulla competizione. Concepito in questo senso il pluralismo non ammette “egemonie” di alcun tipo, se non quelle che siano compatibili con le regole del gioco del sistema. Queste ultime sono egemonie, se proprio vogliamo usare questo termine, temporanee, legate all’alternarsi delle classi e all’alternarsi dei gruppi nella gestione delle funzioni pubbliche. Il concetto gramsciano di “egemonia” è radicalmente diverso; è un concetto che affonda le sue radici nello storicismo, e in questa prospettiva esso va inteso. La preminenza di una classe, cioè l’egemonia, va vista – nel pensiero gramsciano – come preminenza dei valori di una classe che opera in un processo di dinamica storica nel quale la classe si riconosce ed entro il quale l’egemonia si realizza. Questo concetto ha quindi un sottofondo di natura filosofica e di natura ideologica; e, come tale, esso non è certamente compatibile con la scienza in senso galileiano.

Emerge, anche sulla base di questa considerazione, la differenza fondamentale tra egemonia e pluralismo. L’egemonia implica il tentativo di assolutizzare la cultura di una classe o di un gruppo politico; alla assolutizzazione  [pag. 452] di una cultura consegue necessariamente l’obiettivo di trasformare l’egemonia in dominio.

Il pluralismo è legato alla necessità di stabilire regole del gioco, metodi di convivenza tra differenti culture, e quindi tra gruppi che si fanno portatori di differenti culture, e che in funzione di queste competono nella società, al fine di ampliare la base di accettazione che li legittima.

Il discorso sul pluralismo inteso in questo senso prescinde dagli specifici contenuti progettuali o dalle specifiche prese di posizione ideologiche dei singoli gruppi all’interno della società. Il pluralismo è un metodo mediante il quale non si elimina il conflitto, che permane, ma lo si regola per consentire la compresenza di vari gruppi che si facciano portatori di differenti progetti sociali. In questo senso il pluralismo lascia spazio anche alla ideologia come momento intuitivo, acritico e in ultima analisi emotivo di esperienza individuale. È incompatibile con l’ideologia quando quest’ultima pretende di porsi come fattore esclusivo di soluzione dei problemi sociali, cioè come cultura sociale egemone.

Se potessimo ipotizzare una società scientifica, cioè una società nella quale le regole sociali potessero essere stabilite in base al metodo scientifico–galileiano, al limite non avremmo più bisogno del pluralismo. Non avremmo più bisogno del pluralismo perché non avremmo gruppi contrapposti sul piano ideologico ma solo gruppi progettuali che riconoscerebbero nell’esperimento l’unico metodo in base al quale confrontare le diverse proposte, i progetti sociali.

L’assenza di un metodo sperimentale che ci consenta di confrontare e tradurre, in un linguaggio intersoggettivo, le varie proposte, ci costringe al pluralismo come esigenza culturale dei tempi che stiamo vivendo. Il pluralismo è maturato in tempi recenti ed è maturato soprattutto come risultato della consapevolezza del relativismo culturale, della soggettività delle varie prospettive ideologiche che, se varcano i confini dell’individualità per porsi come ideologie sociali, necessariamente determinano nella società situazioni di egemonia culturale e di egemonia-dominio.

Ritengo che questi aspetti siano essenziali e mi auguro che da questo convegno emerga la consapevolezza del pluralismo come fondamento non solo della libertà di operare dell’impresa, ma anche della libertà di operare della razionalità scientifica.

Al concetto di “pluralismo” deve essere ricollegato un altro importante concetto: quello di “innovazione”, inteso non in senso meramente schumpeteriano, cioè come limitato alla attività economica, ma in senso più vasto come innovazione sociale. La società pluralistica è infatti una società di innovatori sociali (e quindi anche di innovatori economici), con i vincoli che la compresenza di molteplici innovazioni tra loro concorrenti comporta; vincoli di compatibilità col pluralismo, cioè di riconoscimento e rispetto delle regole del gioco che rendono possibile la coesistenza di differenti culture.

CUn altro problema richiamato da Galgano concerne l’alternativa tra governo burocratico e governo democratico dell’economia. Secondo Galgano i vincoli all’impresa deriverebbero dal governo burocratico dell’economia. Su questo punto si può essere d’accordo; ma occorre chiedersi: cosa intendiamo per governo burocratico? A me sembra che un tale modo di governare  [pag. 453]  esprima le disfunzioni del pluralismo, connesse ai modelli imperfetti di pluralismo che fino ad oggi si sono storicamente realizzati e che quindi bisogna sostituire o modificare. Il governo burocratico è pertanto un modo storico di gestione politica nel quale le disfunzioni hanno la prevalenza su quella che dovrebbe essere la logica intrinseca al pluralismo.

Il concetto di governo democratico ripropone in sostanza i temi dell’egemonia. Mentre il richiamo al concetto di governo burocratico può essere esplicato, nel quadro teorico del pluralismo, in termini di disfunzioni del pluralismo (in particolare in termini di appropriazione–espropriazione di funzioni pubbliche da parte di gruppi, classi o partiti), il richiamo al concetto di governo democratico risulta di più difficile esplicazione in un contesto pluralistico. Che significa governo democratico dell’economia o, più in generale, della società?

È indubbio che questi termini hanno un significato molto preciso nel marxismo, cioè nell’ambito della specifica egemonia culturale sulla quale il marxismo fonda o pretende di fondare la propria egemonia–dominio. In questo senso governo democratico significa partecipazione culturalmente e politicamente condizionata, cioè partecipazione che si realizza conformemente agli obiettivi predeterminati da un partito–guida. Il cosiddetto governo democratico è un metodo mediante il quale la egemonia culturale della classe operaia dovrebbe realizzarsi. Come si vede il concetto è strettamente legato ai modelli di coinvolgimento della base con riferimento a una specifica ideologia, quella marxiana.

Che senso ha parlare di governo democratico all’interno del sistema pluralistico? Direi che non ha alcun senso se per governo democratico si intende una partecipazione di tipo egemonico. Se il governo democratico si realizza mediante la partecipazione egemonica di una classe o di un partito alla gestione politica, il pluralismo viene vanificato.

Vorrei qui ricordare, comunque, che il governo democratico in senso marxiano si pone o si vorrebbe porre in termini di contrapposizione nei confronti di un governo dell’economia e della società di tipo capitalistico–borghese, cioè di tipo strettamente liberistico. Non dobbiamo però commettere l’errore di confondere il liberismo, il cosiddetto governo capitalistico–borghese, col pluralismo. Né dobbiamo commettere l’errore di confondere il pluralismo come modello di società da realizzare e come obiettivo di azione politica, con le disfunzioni del pluralismo che purtroppo finora ne hanno accompagnato, specie nel nostro paese, la realizzazione.

Il pluralismo non è liberismo e non è governo democratico dell’economia e del sociale in senso marxiano; ma non è neppure appropriazione–espropriazione di funzioni.

DIl superamento di queste prospettive postula un discorso volto alla costruzione di un nuovo modello di società fondato sull’innovazione. Se rifiutiamo l’egemonia culturale di una classe o di un partito che la rappresenti politicamente, proprio perché alla egemonia culturale non può non conseguire in ogni caso una egemonia–dominio, non possiamo non porci il problema del pluralismo, come problema di individuazione di regole del gioco che consentano e promuovano l’innovazione, ma ne impediscano la cristallizzazione e quindi la stabilizzazione egemonica.  [pag. 454]

L’egemonia presuppone una scelta di verità fatta una volta per tutte, un modello di vita precostituito, una scheda di bisogni predeterminata. Il pluralismo pone le condizioni perché tutte le scelte con esso compatibili possano essere proposte e realizzate. Come si realizzano queste condizioni? Attraverso la istituzionalizzazione di tre limiti fondamentali alla gestione del potere: un limite che impedisce alla minoranza di gestire direttamente le funzioni pubbliche; un limite temporale alla gestione del potere da parte della maggioranza; un limite alla cumulabilità nella gestione delle funzioni pubbliche.

Il primo limite regola il conflitto (che si realizza proponendo innovazioni politiche e sociali sulle quali aggregare il consenso) in base al principio di maggioranza; il secondo limite significa che i gruppi in conflitto debbono alternarsi nella gestione del potere; il terzo limite afferma che le funzioni pubbliche debbono essere reciprocamente autonome.

Il discorso sul pluralismo e il discorso sulla innovazione ci riconducono inoltre al parametro della razionalità scientifica. Nell’ambito del pluralismo la razionalità scientifica trova i maggiori spazi per potersi realizzare storicamente. In questo senso il pluralismo, pur non implicando necessariamente la razionalità scientifica, ne costituisce un presupposto. È nel pluralismo, non certo nella egemonia ideologica, che la razionalità scientifica può crescere e generalizzarsi.[pag. 455]

Articoli collegati

Le problematiche sul pluralismo sono state riprese dall’Autore in:

Pluralismo e innovazione, Il Sole 24 Ore, 15 febbraio 1978

Egemonia o pluralismo?, Il Sole 24 Ore, 4 marzo 1978

Definiamo il pluralismo, Il Sole 24 Ore, 22 marzo 1978

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