Indeterminatezza e irrazionalità del comportamento politico; la critica di Schumpeter al concetto di «democrazia»

Ora, due ostacoli insormontabili stanno contro questa concezione: il primo è dato dal fatto che tale dottrina considera le opinioni e i desideri dei soggetti come dati precisi e indipendenti, sui quali la singola azione politica possa basarsi su un piano di assoluta razionalità. Il secondo è che un tale modo di vedere, poggiante su una razionalizzazione dell’azione politica individuale, postula necessariamente una altrettanto assoluta identità di valore delle opinioni e delle azioni politiche singole. Appare così evidente come l’attribuire a tutte le azioni politiche un elevato grado di autonomia e razionalità comporti necessariamente una considerazione egualitaria delle medesime, in rapporto al loro effettivo valore o peso politico. Il che solitamente, nell’ambito degli ordinamenti istituzionali a regime democratico, si traduce, sul piano normativo, in una eguaglianza formale scaturente da identiche situazioni giuridiche pubbliche che l’ordinamento medesimo riconosce ai propri soggetti in possesso di determinati requisiti.

Questo contrasta – secondo Schumpeter – su un piano psicologico, con la effettiva disuguaglianza, in valore e consapevolezza, dei comportamenti politici imputabili ai singoli individui e «come affermazione di fatto sulla natura umana, non è vera in nessun senso immaginabile» [4]. Pertanto, il valore o peso politico delle azioni individuali dovrebbe essere direttamente proporzionale alla razionalità delle medesime, nel senso che due opinioni dovrebbero avere lo stesso valore politico solo in quanto possedenti uguale grado di razionalità; ed una opinione od azione meno ragionata, o addirittura irrazionale, dovrebbe avere un [pag. 189] valore politico minore di un’altra avente un grado maggiore di consapevolezza e razionalità.

Dall’essere le azioni e opinioni politiche dei singoli membri di una data collettività più o meno razionali o dal non esserlo affatto, non consegue necessariamente che in base alle stesse possa subito identificarsi in modo chiaro ed univoco una volontà della maggioranza. Di una tale volontà, relativa a ciò che il popolo in realtà vuole o vorrebbe, non ha senso parlare ove si tenga presente, come punto di partenza, la materia prima delle volizioni individuali con un contenuto politico. Se noi, infatti, dovessimo rilevare la effettiva consistenza di queste ultime servendoci dei metodi adoperati normalmente per i sondaggi dell’opinione pubblica, ci accorgeremmo come l’estremo frazionamento di quelle volontà e quindi l’estrema diversità di contenuto delle medesime (prescindendo dal loro grado di razionalità), ci impedisca di scorgerne o delinearne una o più risultanti di un certo rilievo, che si stacchino dalle componenti individuali e ci permettano di individuare una cosiddetta volontà collettiva [5].

Quest’ultima appare pertanto come un mito completamente privo di effettiva rilevanza storica e sociale; mentre, d’altro canto, la frequente impossibilità di una convergenza di volontà e opinioni individuali al di fuori di una base oggettiva convenzionale, che condizioni l’esistenza di quella volontà e di quelle opinioni anziché essere da queste condizionata, dà sufficiente ragione del fatto che, molto spesso, la decisione imposta da un governo non democratico sia molto più accetta e rispondente alla volontà del popolo di quanto non possa esserlo quella analoga – frutto di compromessi e patteggiamenti – fornita da un governo democratico la cui assemblea rifletta, troppo da vicino, con un eccessivo frazionamento di gruppi e correnti, l’effettiva frammentarietà e singolarità delle opinioni politiche dei consociati. In tal caso, infatti, mancherà o sarà ridotta al minimo quella piattaforma oggettiva e convenzionale che condiziona il sussistere di una volontà collettiva di una qualche consistenza politica; piattaforma oggettiva che, invece, potrebbe esistere nel caso di un governo non democratico, in quanto dettata da una minoranza dominante tesa a forzare la collettività nella alternativa di accettare o respingere determinate soluzioni politiche, ponendo in tal modo le premesse per l’effettiva e consistente espressione di una qualche volontà popolare. «Se la prova cruciale di un governo per il popolo deve essere fornita da risultati che la grande maggioranza ritenga in definitiva [pag. 190] soddisfacenti, un governo di popolo nel senso della dottrina classica della democrazia sarebbe spesso incapace di fornirla» [6].

«La storia abbonda di autocrazie dei gratia o dittatoriali, di monarchie di tipo non autocratico, di oligarchie aristocratiche e plutocratiche (sono questi, anzi, i casi storici forse più numerosi) che ottennero, normalmente, l’appoggio totale e spesso entusiastico di una maggioranza schiacciante del popolo e, nelle condizioni ambientali loro proprie, riuscirono a soddisfare i requisiti che quasi tutti esigiamo dal metodo democratico. Val la pena di sottolinearlo e riconoscere il forte elemento di democrazia (intesa in questo senso) che tali casi implicano. Un antidoto di questa natura al culto delle mere forme, anzi di mere fraseologie, sarebbe senza dubbio prezioso: ma resta il fatto che, accettando questa soluzione, perderemmo il fenomeno che volevamo identificare; le democrazie si scioglierebbero in una classe molto più larga di strutture politiche, in cui rientrerebbero fenomeni chiaramente antidemocratici» [7].

L’insegnamento che si ricava da queste considerazioni è che «oltre alla democrazia diretta, esiste una gamma infinita di forme possibili in cui il popolo ha modo di partecipare al governo effettivo, o di influenzare o controllare gli uomini che effettivamente lo esercitano. Nessuna di queste forme, e soprattutto nessuna delle forme capaci di funzionare in pratica, può accampare un diritto evidente od esclusivo ad essere chiamata governo di popolo (se queste parole vanno intese nel loro significato naturale) e, caso mai, lo acquisterebbe solo per una convenzione arbitraria circa il senso da attribuire al termine “governare”. Questa convenzione è sempre possibile; il popolo non ha mai governato in realtà, ma nulla impedisce di farlo governare per definizione» [8].

Ma, a parte tutto, che cosa deve intendersi per popolo? Se si è d’accordo che con tale termine deve indicarsi l’insieme dei soggetti di diritto in senso tecnico, appartenenti a un dato ordinamento, ecco che allora il concetto di «popolo» resta legato alle particolari valutazioni che in ordine alla soggettività giuridica presentano i singoli ordinamenti. Ma se si vuole andare un po’ più a fondo nel chiarire il significato di un tale termine, considerando quale popolo in senso democratico l’insieme delle persone che possono effettivamente avere consapevolezza di un qualche interesse pubblico e, quindi, come tali, influire sulla vita della collettività cui appartengono, ecco che il termine si fa ancora più [pag. 191] vago ed ambiguo, perché presuppone una ulteriore valutazione dell’ordinamento, nel senso dell’idoneità e capacità dei soggetti ad una valida espressione delle proprie opinioni politiche.[pag. 192]

Note

[4] J. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, p. 238, nota 3.

[5] D’altra parte, la stessa tecnica del sondaggio suggerisce, come dato fondamentale, che il metodo di rilevazione delle opinioni individuali ha carattere indiretto, nel senso che le schede o i questionari che normalmente vengono utilizzati ai fini della raccolta del materiale costituente i dati statistici primari, non formulano i quesiti in modo esplicito, ponendo l’interlocutore in una situazione tale da consentirgli la completa espressione del suo pensiero in ordine a un determinato problema, ma ne vincolano sempre la libertà di espressione, presentandogli non già il problema sul quale deve esprimersi, ma una o più soluzioni dello stesso.
A tali soluzioni si conferisce, in via del tutto ipotetica e convenzionale, una oggettività metodologica che, in linea di fatto, prescinde, in notevole parte, da quelle che sono o sarebbero state le effettive risposte individuali ad un determinato problema. Tentando di analizzare, in via diretta e immediata, opinioni e volizioni (politiche) dei singoli individui componenti una collettività organizzata, prescindendo da un metodo di rilevazione così concepito, sarebbe impossibile pervenire a una qualsiasi convergenza omogenea di risposte individuali, cioè «non ne conseguirebbe necessariamente che le decisioni politiche raggiunte mediante questo processo, partendo dalla materia prima delle volizioni individuali, rappresenterebbero quella che allora avremmo il diritto di definire volontà popolare» (Schumpeter, id., p. 239).

[6] J. Schumpeter, id., p. 240.

[7] J. Schumpeter, id., p. 232.

[8] J. Schumpeter, id., p. 232.

Indice della pubblicazione

Teoria delle classi sociali

Giulio Bolacchi


Capitolo I: Strutture teoriche e scienze sociali

1. Schemi teorici e scienze sociali

2. La prospettiva metodologica delle scienze sociali

3. Le strutture linguistiche astratte

4. Il problema dei concetti teorici

5. Linguaggio osservativo e linguaggio teorico

6. Empirismo, criteri di significatività e termini disposizionali

7. Assiomatizzazione e linguaggio teorico

8. Il concetto di «linguaggio teorico» in Carnap

9. Linguaggio teorico e livelli di astrazione

10. Verificabilità empirica delle strutture astratte; rapporti fra diverse strutture linguistiche

11. Il ruolo della teoria generale nelle scienze sociali

12. Rapporti tra teoria economica e scienza sociale; il problema del sottosviluppo

13. L’integrazione delle scienze sociali e la teoria generale del comportamento sociale

Note del capitolo I

 

Capitolo II: Alcune teorie sulle classi sociali

1. Le principali teorie sulle classi sociali online

2. Classe e situazione di classe in Weber

3. La classificazione dei gruppi e il problema delle classi sociali in Sorokin

4. Il problema dell’ordine e la stabilità dell’interazione sociale in Parsons

5. Sistema di valori e stratificazione sociale in Parsons

6. I limiti fondamentali della teoria generale di Parsons

7. Critiche al «sistema sociale» di Parsons

8. La teoria integrazionista e la teoria coercitiva della società nell’analisi di Dahrendorf

9. Gruppi di conflitto e associazioni coordinate da norme imperative in Dahrendorf

10. Autorità e potere condizionante nella dinamica sociale

11. Il rapporto di autorità e la dinamica reintegratrice o pendolare; l’avvicendamento del personale nelle posizioni di dominio in Dahrendorf

12. I tre stadi di analisi delle strutture sociali: dinamica pendolare, dinamica strutturale-funzionale, dinamica cumulativa

13. Il problema della dinamica nelle teorie di Parsons e Dahrendorf

14. Conclusioni critiche sulle teorie di Parsons e Dahrendorf

Note del capitolo II

 

Capitolo III: Premesse a una teoria generale delle classi sociali

1. Scienza del comportamento e scienza psicologica

2. Le teorie causali del significato

3. La struttura funzionale degli interessi

4. Il campo disposizionale

5. Intermediazione, comunione e mutualità degli interessi negli studi di Perry online

6. Il concetto di «disposizione a rispondere» online

7. Disposizione a rispondere e segno nella semiotica di Morris online

8. Classe sociale e categoria sociale online

9. Il concetto di «interesse comune e interrelato» online

10. L’interesse di classe online

11. L’azione sociale di accettazione e l’azione sociale di condizionamento online

12. Il potere condizionante: potere istituzionale e potere deviante online

13. I concetti di «potere» e «autorità» in alcune teorie sociologiche

14. La dinamica del potere condizionante online

15. Potere deviante e classe sociale online

16. Comunione di interessi, istituzionalizzazione, internalizzazione e potere online

17. Considerazioni conclusive sul concetto di «classe sociale» online

18. Classi sociali e dinamica sociale online

Note del capitolo III

 

Capitolo IV: Democrazia e classi sociali

1. La dottrina classica della democrazia online

2. Indeterminatezza e irrazionalità del comportamento politico; la critica di Schumpeter al concetto di «democrazia» online

3. Democrazia e volontà popolare online

4. La volontà popolare come risultante del processo politico online

5. La democrazia come lotta in concorrenza per il comando politico online

6. Il metodo democratico e la rilevazione degli interessi pubblici online

7. Democrazia come volontà popolare e democrazia come lotta in concorrenza online

8. L’istituto della rappresentanza politica online

9. La forza sociale del potere e il problema della maggioranza online

10. Le differenti caratterizzazioni del concetto di «libertà» online

11. La democrazia come commisurazione istituzionalizzata della forza sociale del potere istituzionale e del potere deviante online

Note del capitolo IV

 

Capitolo V: Un esempio storico: la borghesia

1. La borghesia rivoluzionaria e la polemica di Sieyes contro il privilegio

2. Una interpretazione della Rivoluzione secondo le prospettive di Toynbee

3. Equivoci teorici connessi al concetto di «borghesia» online

4. I valori borghesi e i princípi di perduranza dell’antico regime

5. Il proletariato contemporaneo e la mancata assimilazione dei valori borghesi

6. Il concetto di «borghesia» nel pensiero di Croce

7. Le caratterizzazioni della «borghesia» in termini di ceto medio

8. Gli interessi comuni della borghesia online

9. Classe borghese e potere deviante online

Note del capitolo V

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