La democrazia come commisurazione istituzionalizzata della forza sociale del potere istituzionale e del potere deviante

Considerati i concetti di «libertà» come nettamente distinti da quello di «democrazia» resta da chiarire quali rapporti esistano tra gli stessi. In particolare, possiamo dire subito che in una comunione interrelata fondata sulla interiorizzazione, cioè in una società in cui sia massimo il grado di libertà intesa come adeguazione degli interessi comuni agli interessi dei singoli, non ha alcun senso parlare di democrazia.

Più interessante si presenta, invece, il rapporto tra democrazia e comunione interrelata fondata sul potere, cioè tra democrazia e libertà negativa intesa come sfera di azioni di condizionamento, in termini di potere deviante, connessa alla autonomia del singolo.

Parlando del potere deviante, abbiamo visto come lo stesso costituisca il mezzo fondamentale tramite il quale si attua la azione di una classe entro una struttura sociale istituzionalizzata. Ora, in che senso si svolge, nell’ambito di una società istituzionalizzata, la dinamica dell’acceleramento o del rallentamento tipica del potere deviante? Quest’ultimo opera, ove sia fatto proprio da una classe, in funzione della modificazione delle strutture del sistema, e allo stesso si contrappone un potere deviante posto in essere dalla classe antagonista. In una società di questo tipo, i mutamenti delle strutture del si-[pag. 218]stema, determinati dal potere deviante e quindi fondati sulla forza sociale connessa al medesimo e non sulla mera forza fisica, dovranno necessariamente avvenire in modo discontinuo entro la sfera del pre-istituzionale.

Se è vero infatti che il potere deviante opera nell’ambito del pre-istituzionale, non bisogna dimenticare che lo stesso si pone sempre in funzione di una struttura istituzionalizzata, in quanto opera non contro il sistema ma in vista di un acceleramento o di un rallentamento della dinamica dello stesso. Ma il mutamento discontinuo delle strutture, inteso come punto terminale della utilizzazione del potere deviante da parte di una classe, rappresenta un momento intrinsecamente connesso alla dinamica del potere? Una risposta negativa a questo problema comporta la assunzione del metodo democratico quale fattore mediante cui si attua una istituzionalizzazione di alcuni processi o aspetti dell’antagonismo di classe.

L’importanza della democrazia, ai fini della dinamica sociale, risulta in tal modo connessa al fatto che la democrazia consente di istituzionalizzare una certa sfera di esplicazione del potere deviante, non già nel senso di tradurre quest’ultimo da potere deviante in potere istituzionale, ma nel senso di commisurare o comparare, a determinate scadenze, la forza sociale del potere deviante (teso all’acceleramento della dinamica del sistema), con la forza sociale del potere deviante contrapposto (volto al mantenimento del sistema); e quindi, in ultima analisi, nel senso di commisurare o comparare il potere istituzionale connesso alle strutture del sistema con il potere deviante volto alla modificazione di quelle strutture [48].

Un altro punto, quello dei rapporti tra libertà negativa e democrazia, deve essere tenuto presente. Come abbiamo detto, questi due concetti sono tra loro strettamente connessi, nel senso che non può aversi democrazia al di fuori di una comunione interrelata fondata sul potere. È chiaro, infatti, che [pag. 219] quanto maggiore sarà la libertà come sfera di potere deviante lasciata al soggetto, tanto più indispensabile alla stabilità sociale si rivelerà la democrazia; in quanto istituzionalizzando il trapasso da una struttura istituzionalizzata ad una struttura diversa, impedirà che lo stesso avvenga in termini discontinui, cioè al di fuori di una regolamentazione istituzionale.[pag. 220]

Note

[48] Regime di piano e potere politico affidato agli specialisti sono i punti di arrivo dell’indagine sulla democrazia condotta da U. Spirito.

Il concetto di «piano» ha però, per Spirito, un significato particolare, visto che il regime del piano si identifica col regime del discorso scientifico in divenire. Esso non individua, infatti, la «conclusione di un processo già esaurito, come sarebbe quello di un piano escogitato da un organo apposito e poi imposto alla collettività, ma l’unità che si viene via via determinando attraverso un discorso scientifico e tecnico al quale partecipano tutti i lavoratori e cioè tutti i collaboratori facenti parte dell’organismo sociale…. Nessuno fa il piano perché nessuno sa farlo. Esso è fatto da tutti e si fa da solo. Questa è la condizione della sua scientificità e questo è il significato e il valore del regime sociale ad esso ispirato» (Critica della democrazia, pp. 174-175).

«Il concetto di unità e di sintesi come risultato consente di far passare il potere politico o la sovranità dagli individui al piano a cui tutti collaborano, senza prevedere le conclusioni» (id., p. 176). «Il potere politico deve appartenere soltanto alla scienza» (id., p. 192).

Poste queste premesse, il concetto di «democrazia», essendo strettamente legato a quello di «maggioranza», deve, per Spirito, essere respinto onde consentire una fondazione dei rapporti sociali in termini di competenza. In tal modo, alla forza e alla violenza intrinseche ai criteri quantitativi verrebbero sostituiti, quali principi informatori della vita sociale, l’accordo e il consenso, non realizzabili altrimenti che con la scienza e la tecnica. «E infatti là dove prevale il discorso scientifico l’ideale da raggiungere è sempre di più quello della unanimità» (id., p. 201).[pag. 223]

È sintomatico il fatto che Spirito affermi che «democrazia e lotta di classe rappresentano un binomio inscindibile» (id., p. 208), e sostenga che questa lotta di classe verrebbe progressivamente ridotta mediante la trasformazione scientifica e tecnica della società. In tal modo la funzione della democrazia si esaurirebbe col finire della lotta di classe e l’attuale periodo storico non potrebbe essere considerato che come una fase di transizione (id., p. 211).

È evidente come la concezione di Spirito contrasti con la esplicazione teorica del concetto di «democrazia» contenuta nel testo. Per chiarire meglio i termini di questo contrasto è necessario, anzitutto, richiamare alcune conclusioni cui siamo precedentemente pervenuti.

Abbiamo visto come una distinzione tra scienze naturali e scienze attinenti al soggetto (psicologiche, prasseologiche e semantiche) non sempre venga esplicata con la dovuta accortezza critica. Molto spesso, anzi, tale fondamentale distinzione viene negata in vista di un inquadramento delle scienze del soggetto e di quelle naturali entro una serie continua di strutture teoriche che, dallo stadio psicologico, attraverso un insieme di successivi passaggi, dovrebbe giungere a una esplicazione di tutti i fenomeni in termini di microfisica (in tal senso, come si è detto, Carnap, The Methodological Character of Theoretical Concepts, pp. 74-75). Sulla base di questa prospettiva riesce addirittura inesplicabile una qualsiasi fondazione delle scienze del comportamento; per cui la stessa contraddice chiaramente agli svolgimenti teorici di queste ultime che, specie nel campo giuridico ed economico, hanno raggiunto un notevole grado di formalizzazione.

Come si è ripetutamente affermato, le scienze sociali operano, non già al livello del fatto bensì al livello del significato, cioè sono caratterizzate da una dimensione metodologica radicalmente diversa da quella che sta a fondamento delle scienze naturali (cfr. nota 3 del cap. III). Questa radicale differenza si riflette, come pure si è detto, nella diversa struttura dei rapporti tra schemi operativi e schemi fattuali, o tra più schemi operativi. In quest’ultimo caso, infatti, non può attuarsi quella riducibilità o traducibilità propria del primo tipo di rapporto, in quanto lo schema operativo di un soggetto non può tradursi in una operazione di un altro soggetto; la interazione sociale non può consistere nell’operativizzare le norme di comportamento (cfr. nota 14 bis del cap. III).

Ciò posto, appare chiaro come il tentativo di Spirito si muova anch’esso nel quadro delle prospettive sopra criticate. Se è vero, infatti, che il piano deve essere inteso come conclusione temporanea del discorso scientifico di tutti, come registrazione di un risultato, come unità che si viene via via determinando attraverso un discorso scientifico e tecnico, deve ammettersi che da tale prospettiva resta radicalmente esclusa una considerazione delle scienze individuali e sociali in termini di comportamento significante. Secondo Spirito il fattore che dovrebbe stare a fondamento della coesione sociale e che consentirebbe di superare la violenza e la lotta intrinseche alla democrazia, sarebbe dato dal consenso generale realizzato tramite la scienza. Consenso che si porrebbe non già [pag. 224] in termini di valore, cioè nel senso di riconoscimento unanime del valore della scienza, ma come accordo sulle verità scientifiche: quale «unità del discorso scientifico, inteso come interferenza e integrazione continua di tutti i discorsi scientifici» (id., p. 173).

Questa soluzione del problema dell’ordine prescinde quindi completamente da qualsiasi elemento che possa ricondursi ai concetti di «valore» e di «interazione sociale» servendosi dei quali Parsons ha affrontato e risolto lo stesso problema in termini che da noi sono stati definiti come comunione interrelata fondata sulla internalizzazione. In tal senso, come già si è detto, proprio perché le interazioni sociali vengono qualificate dalla accettazione, resta esclusa dal contesto sociale ogni azione condizionante, e viene meno la stessa esigenza di una istituzionalizzazione dei mutamenti delle strutture. L’unica possibilità di superamento della democrazia e dell’antagonismo di classe che, tramite la stessa, sotto certi aspetti viene istituzionalizzato, consiste quindi nella completa internalizzazione degli interessi comuni del gruppo.

Certo, se si considerano gli uomini non già come soggetti capaci di porre in essere scelte alternative, ma come puri e semplici meccanismi collegati da relazioni causali, l’unica possibilità di integrazione tra gli stessi deve poggiare, ovviamente, su una prospettiva quale quella svolta da Spirito; ma dalla stessa resta esclusa qualsiasi esplicazione in termini di interazione sociale. Gli uomini non potrebbero cioè porre in essere, in linea di principio, scelte alternative, che non sono compatibili con la integrazione sociale fondata sul consenso scientifico.

Un altro punto dell’argomentazione di Spirito vogliamo qui brevemente richiamare: quello relativo alla identificazione da lui operata, seguendo in ciò la dottrina comune, tra i concetti di «maggioranza» e di «democrazia». Tale identificazione, come già si è fatto osservare, viene meno ove si consideri la democrazia come commisurazione istituzionalizzata della forza sociale del potere istituzionale e del potere deviante. Così intesa, la democrazia si presenta non già come una ideologia al tramonto, espressione di degenerazione intellettuale e morale (id., p. 215), bensì come un autentico strumento di civiltà che, attenuando gli antagonismi di classe, realizza un primo passo verso la totale internalizzazione dei valori comuni.[pag. 225]

Indice della pubblicazione

Teoria delle classi sociali

Giulio Bolacchi


Capitolo I: Strutture teoriche e scienze sociali

1. Schemi teorici e scienze sociali

2. La prospettiva metodologica delle scienze sociali

3. Le strutture linguistiche astratte

4. Il problema dei concetti teorici

5. Linguaggio osservativo e linguaggio teorico

6. Empirismo, criteri di significatività e termini disposizionali

7. Assiomatizzazione e linguaggio teorico

8. Il concetto di «linguaggio teorico» in Carnap

9. Linguaggio teorico e livelli di astrazione

10. Verificabilità empirica delle strutture astratte; rapporti fra diverse strutture linguistiche

11. Il ruolo della teoria generale nelle scienze sociali

12. Rapporti tra teoria economica e scienza sociale; il problema del sottosviluppo

13. L’integrazione delle scienze sociali e la teoria generale del comportamento sociale

Note del capitolo I

 

Capitolo II: Alcune teorie sulle classi sociali

1. Le principali teorie sulle classi sociali online

2. Classe e situazione di classe in Weber

3. La classificazione dei gruppi e il problema delle classi sociali in Sorokin

4. Il problema dell’ordine e la stabilità dell’interazione sociale in Parsons

5. Sistema di valori e stratificazione sociale in Parsons

6. I limiti fondamentali della teoria generale di Parsons

7. Critiche al «sistema sociale» di Parsons

8. La teoria integrazionista e la teoria coercitiva della società nell’analisi di Dahrendorf

9. Gruppi di conflitto e associazioni coordinate da norme imperative in Dahrendorf

10. Autorità e potere condizionante nella dinamica sociale

11. Il rapporto di autorità e la dinamica reintegratrice o pendolare; l’avvicendamento del personale nelle posizioni di dominio in Dahrendorf

12. I tre stadi di analisi delle strutture sociali: dinamica pendolare, dinamica strutturale-funzionale, dinamica cumulativa

13. Il problema della dinamica nelle teorie di Parsons e Dahrendorf

14. Conclusioni critiche sulle teorie di Parsons e Dahrendorf

Note del capitolo II

 

Capitolo III: Premesse a una teoria generale delle classi sociali

1. Scienza del comportamento e scienza psicologica

2. Le teorie causali del significato

3. La struttura funzionale degli interessi

4. Il campo disposizionale

5. Intermediazione, comunione e mutualità degli interessi negli studi di Perry online

6. Il concetto di «disposizione a rispondere» online

7. Disposizione a rispondere e segno nella semiotica di Morris online

8. Classe sociale e categoria sociale online

9. Il concetto di «interesse comune e interrelato» online

10. L’interesse di classe online

11. L’azione sociale di accettazione e l’azione sociale di condizionamento online

12. Il potere condizionante: potere istituzionale e potere deviante online

13. I concetti di «potere» e «autorità» in alcune teorie sociologiche

14. La dinamica del potere condizionante online

15. Potere deviante e classe sociale online

16. Comunione di interessi, istituzionalizzazione, internalizzazione e potere online

17. Considerazioni conclusive sul concetto di «classe sociale» online

18. Classi sociali e dinamica sociale online

Note del capitolo III

 

Capitolo IV: Democrazia e classi sociali

1. La dottrina classica della democrazia online

2. Indeterminatezza e irrazionalità del comportamento politico; la critica di Schumpeter al concetto di «democrazia» online

3. Democrazia e volontà popolare online

4. La volontà popolare come risultante del processo politico online

5. La democrazia come lotta in concorrenza per il comando politico online

6. Il metodo democratico e la rilevazione degli interessi pubblici online

7. Democrazia come volontà popolare e democrazia come lotta in concorrenza online

8. L’istituto della rappresentanza politica online

9. La forza sociale del potere e il problema della maggioranza online

10. Le differenti caratterizzazioni del concetto di «libertà» online

11. La democrazia come commisurazione istituzionalizzata della forza sociale del potere istituzionale e del potere deviante online

Note del capitolo IV

 

Capitolo V: Un esempio storico: la borghesia

1. La borghesia rivoluzionaria e la polemica di Sieyes contro il privilegio

2. Una interpretazione della Rivoluzione secondo le prospettive di Toynbee

3. Equivoci teorici connessi al concetto di «borghesia» online

4. I valori borghesi e i princípi di perduranza dell’antico regime

5. Il proletariato contemporaneo e la mancata assimilazione dei valori borghesi

6. Il concetto di «borghesia» nel pensiero di Croce

7. Le caratterizzazioni della «borghesia» in termini di ceto medio

8. Gli interessi comuni della borghesia online

9. Classe borghese e potere deviante online

Note del capitolo V

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