Politiche di sviluppo, innovazione, parchi scientifici e tecnologici
Premessa

I problemi dello sviluppo si pongono in una zona di confine tra l’economia e le altre “scienze” sociali, quali la sociologia e la psicologia.

L’attributo sociale delimita un ambito di indagine (e di significatività dei corrispondenti linguaggi) che considera l’interazione sociale come una unità minima di analisi, data l’importanza che essa ha sui repertori di comportamenti umani; l’interazione è stata rinforzata dallo sviluppo delle tecnologie comunicative e dai processi di globalizzazione in atto, fondati sulla ricerca scientifica e sul mercato.

Le zone di confine, quando non sono delimitate con precisione, tendono a trasformarsi in terre di nessuno sulle quali gli utilizzatori dei vari paradigmi conoscitivi tentano di imporre il proprio predominio, dando origine a una molteplicità di spiegazioni prive delle connotazioni tipiche dell’esplicazione scientifica. Queste spiegazioni, spesso fondate su forme palesi o latenti di anarchismo metodologico (più frequenti sul versante sociologico e psicologico), hanno finora rallentato una sistematizzazione degli studi sullo sviluppo, importanti non solo sul piano conoscitivo, ma anche perché incidono in modo diretto sul contesto sociale ed economico e sulle politiche pubbliche di intervento, costrette a muoversi altrimenti senza punti di riferimento intersoggettivi, gli unici in grado di razionalizzare le propensioni a breve di gruppi sociali e politici in conflitto.

Purtroppo, proprio i risultati conseguiti dall’economia nella costruzione di un linguaggio formalizzato e assiomatizzato, l’uso progressivo del paradigma economico per esplicare, a volte in modo tendenzialmente esclusivo, tutti i fenomeni sociali (G. S. Becker, The Economic Approach to Human Behavior; University of Chicago Press, 1976), il ricorso ai fatti dell’esperienza (intesi in termini di senso comune) per giustificare le interpretazioni semantiche della modellistica economica, la radicale distinzione tra la teoria economica assiomatizzata come linguaggio formale logicamente coerente e le sue interpretazioni, considerate come del tutto secondarie rispetto alla validità della teoria (G. Debreu, Theory of Value, John Wiley & Sons, Inc., N.Y., 1959), sono altrettanti elementi che, male interpretati, hanno contribuito non solo ad approfondire il solco tra economia e “scienze” sociali (con conseguente incapacità di dialogo), ma anche a rendere ancora più grave l’obiettiva situazione di arretratezza di queste ultime.

A proposito dell’incapacità di dialogo è interessante riportare alcune considerazioni di K.J. Arrow; egli afferma:

«Uno dei problemi della sociologia, che ho avuto modo di osservare in particolare attraverso i miei contatti con il dipartimento di sociologia di Harvard, dove ho conosciuto un certo numero di ricercatori, è il fatto che non ci sono due persone che sembrano occuparsi della stessa cosa. … Era quasi come se ogni sociologo tentasse di rifondare la disciplina dalle origini. Spero di non essere troppo duro, ma non mi sembrava che tutte quelle persone stessero costruendo qualcosa. Alcuni mettevano insieme qualche metodo quantitativo; altri costruivano un modello; altri svolgevano un accurato lavoro empirico; o altre cose ancora. Ma non sembrava che tutto ciò si fondasse su una sorta di quadro condiviso di che cosa dovesse essere la sociologia, per quello che io potevo vedere» (in R. Swedberg, Economia e sociologia, Donzelli, Roma, 1994, pag. 146).

Anche A. O. Hirschman si muove sullo stesso terreno, ma il suo tentativo, a differenza di Arrow, è quello di fondare uno schema che, pur rispettando la diversità tra fatti sociali (politici)fatti economici, cerca di individuare un insieme di comportamenti più astratti (uscita e voce) che caratterizzerebbero tanto le interazioni sociali, quanto quelle economiche; egli dice:

«Ho introdotto uscita e voce – e cioè forze di mercato e forze esterne al mercato, e cioè meccanismi economici e politici – come gli agenti principali, rigorosamente pari per rango e importanza. Nello sviluppare il mio discorso su questa base spero di dimostrare ai politologi l’utilità dei concetti economici e agli economisti l’utilità dei concetti politici. Tale reciprocità è mancata nel recente lavoro interdisciplinare; infatti gli economisti hanno preteso che i concetti elaborati al fine di esaminare i fenomeni della scarsità e dell’allocazione delle risorse fossero adatti a spiegare con successo fenomeni politici assai diversi, come il potere, la democrazia e il nazionalismo. Sono così riusciti a occupare ampi settori della disciplina confinante, mentre, dal canto loro, i politologi – il cui complesso di inferiorità nei confronti dell’economia è pari soltanto a quello dell’economista nei confronti del fisico – si sono mostrati impazienti di essere colonizzati e spesso hanno fatto causa comune con gli invasori» (Lealtà, defezione, protesta, Bompiani, Milano, 1982, pag. 24).

Queste affermazioni di Arrow e Hirschman sono indicatori, anche se semplificati e generici, delle anomalie metodologiche che tuttora pesano sulle ricerche economiche e sociali; meno indubbiamente sulle prime, molto più sulle seconde.

L’economia, sin dalla metà del secolo XIX, si è resa autonoma dalla filosofia politica, costruendo un linguaggio che usa la stessa sintassi matematica delle scienze naturali, anche se presenta difficoltà esplicative sul piano della dinamica e con riferimento all’interpretazione semantica dei propri postulati. Le scienze sociali si muovono, tutto- [pag. 69] ra, in un groviglio nel quale posizioni ideologiche, scarso approfondimento metodologico, in sintesi pregiudizi manifesti o latenti nei confronti della scienza applicata o applicabile all’uomo, ne impediscono una sistematizzazione che sola potrebbe legittimare un dialogo con l’economia.

Ciò posto, per quanto grandi possano essere le difficoltà che condizionano attualmente gli sviluppi del paradigma dell’equilibrio economico, con specifico riferimento ai problemi dell’unicità dell’equilibrio e della sua stabilità globale (B. Ingrao, G. Israel, La mano invisibile, Editori Laterza, Roma-Bari, 1987) e ai tentativi di una sua verifica sperimentale secondo diversi punti di vista (J.H. Kagel, R.C. Battalio, L. Green, Economic Choice Theory: An Experimental Analysis of Animal Behavior, Cambridge U.P., 1995; J.H. Kagel, A.E. Roth eds., The Handbook of Experimental Economics, Princeton U.P., 1995; R.J. Herrnstein, The Matching Law, edited by H. Rachlin, D.I. Laibson, Harvard U.P., 1997) o di una sua riformulazione (H.C. White, Markets from Networks: Socioeconomic Models of Production, Princeton U.P., 2001; G.A. Akerlof, An Economic Theorist’s Book of Tales, Cambridge U.P., 1984), bisogna riconoscere che il linguaggio, assiomatizzato e non, dell’equilibrio economico (cioè dell’economia nei suoi ambiti di significatività più o meno astratti) deve la propria connotazione scientifica alla precisa formulazione delle regole sintattiche che lo caratterizzano, e necessariamente esclude dall’insieme dei propri predicati primitivi (che Debreu nella sua assiomatizzazione considera, in termini puramente sintattici, come “oggetti matematici primitivi”) qualsiasi concetto sociologico e psicologico.

Una delimitazione dei confini di questo tipo lascia aperti, comunque, molti problemi all’interno della stessa analisi economica, che non possono essere risolti ricorrendo esclusivamente alla semplice interpretazione semantica esperienziale fondata sul senso comune dell’economia.

In particolare l’economia, se da un lato non fa rientrare nel proprio ambito esplicativo fenomeni quali l’organizzazione e l’impresa, dall’altro lato non può fare a meno di interrogarsi sugli stessi, per definizione anomali rispetto al mercato (R.H. Coase, The Nature of the Firm, Economica, 4, 1937), ma che costituiscono certamente, nonostante tale anomalia, il punto di riferimento (fattuale e semantico) della teoria della produzione, anche nel linguaggio economico assiomatizzato.

D’altra parte, i concetti di organizzazione e di impresa (G. Bolacchi, Il concetto di organizzazione secondo il paradigma scientifico, in Dalla tribù alla conquista dell’universo, a cura di U. Colombo, G. Lanzavecchia, Libri Scheiwiller, Milano, 2000) non possono essere esplicati con modificazioni del paradigma neoclassico, quali quelle proposte dalla teoria dei costi di transazione (O.E. Williamson, L’organizzazione economica, Il Mulino, Bologna, 1991) o con la prospettiva, in parte analoga, di Arrow (I limiti dell’organizzazione, Il Saggiatore, Milano, 1986), il quale, riprendendo M. Olson (La logica dell’azione collettiva, Feltrinelli, Milano, 1983), afferma che il concetto di organizzazione deve essere preso «come un termine primitivo del sistema, il cui significato dipende dagli assunti che si fanno riguardo ad esso e dalle loro conseguenze» e propone «l’idea che le organizzazioni siano un mezzo per conseguire i vantaggi dell’azione collettiva, in situazioni in cui il sistema dei prezzi non funziona».

Ora, a meno che non si voglia negare l’esistenza, o meglio la rilevanza, di comportamenti sociali diversi dai comportamenti economici, proprio da questa diversità deriva l’esigenza conoscitiva, oltre che operativa, di individuare regole di corrispondenza tra il paradigma economico e quello sociale (culturale), in termini di compatibilità reciproca. Tali regole dovrebbero prefigurare gradi di adeguatezza dei parametri sociali rispetto a corrispondenti relazioni funzionali tra comportamenti economici o dei parametri economici rispetto a corrispondenti relazioni funzionali tra comportamenti sociali; cioè gradi di adeguatezza delle funzioni sociali parametrizzate riferite a (inserite in) corrispondenti funzioni economiche e viceversa, a seconda del tipo di sistema (economico o sociale) da esplicare.

A questo proposito, le “scienze” sociali non sono ancora riuscite a darsi un insieme univoco e coerente di concetti assimilabili ai predicati primitivi della teoria economica, ad esclusione della psicologia sperimentale comportamentistica (H. Rachlin, The Science of Self-Control, Harvard U.P., 2000; J.E.R. Staddon, The New Behaviorism: Mind, Mechanism, and Society, Psychology Press, 2000). Ma tanto l’economia, quanto le “scienze” sociali assumono, per delimitare i rispettivi ambiti di significatività, un postulato di disgiunzione tra i predicati sociologici e psicologici e i predicati economici (primitivi e derivati), al quale consegue, allo stato attuale della conoscenza, che non può ipotizzarsi alcuna relazione funzionale che renda gli uni variabili indipendenti o dipendenti rispetto agli altri. In sintesi, la commistione anomala tra i due linguaggi (sociale ed economico) è del tutto priva di senso, in quanto gli stessi linguaggi appartengono per definizione a due insiemi linguistici disgiunti.

Il postulato di disgiunzione non ha operato sino- [pag. 70] ra nel senso dell’approfondimento delle regole di compatibilità tra variabili sociali e variabili economiche, data la difficoltà (già rilevata) derivante dalla mancanza di linguaggi formalizzati (e tanto meno assiomatizzati) nell’ambito delle “scienze” sociali, anche se sul versante dell’economia ha consentito di non confondere la teoria dello sviluppo (sociale) con la teoria della crescita (economica); o, se si preferisce, di tener separati i modelli di sviluppo (che in effetti non esistono) dai modelli di crescita (che invece esistono, nel linguaggio formalizzato dell’economia).

A differenza dei modelli di crescita economica, quelle che genericamente vengono chiamate teorie dello sviluppo contengono un amalgama di variabili sociali ed economiche, nel quale incide negativamente il presupposto latente di una presunta relazione causale, o più spesso il presupposto di una interdipendenza non meglio precisata, tra i due tipi di variabili.

Più correttamente, i modelli di crescita economica tentano di endogenizzare le variabili sociali (culturali) esplicandole, come può essere fatto per tutti i repertori di comportamenti, in termini strettamente economici, cioè trasformandole da predicati sociali in predicati economici.

In questo senso, ad esempio, il concetto di progresso tecnico usato nell’ambito delle “scienze” sociali è del tutto diverso da quello usato nei modelli economici. Nel primo caso, esso esprime l’innovazione tecnologica, è funzione di certe variabili sociali (quali tipologie di apprendimento e insegnamento, processi educativi, rinforzatori scientifici generalizzati nella società, gruppi di riferimento, mezzi di comunicazione orientati alla scienza) e a sua volta può essere variabile indipendente rispetto a qualche altra variabile sociale. Nel secondo caso, esso esprime semplicemente una forma di investimento effettuata mediante learning by doing, oppure mediante la produzione di nuove conoscenze (sacrificando una quota di consumi), oppure ancora mediante processi che operano direttamente sul capitale umano. Rendere il progresso tecnico endogeno al linguaggio economico significa trasformarlo, in generale, in investimento.

modelli di crescita economica rispettano pertanto il postulato di disgiunzione tra insiemi di variabili sociali e di variabili economiche; conseguentemente la cosiddetta endogenizzazione delle variabili sociali non altera l’esogenità di queste variabili rispetto all’economia, ma prende in considerazione esclusivamente gli aspetti economici delle stesse.

Tenendo presente il postulato di disgiunzione si può dire, usando un linguaggio da esplicare (explicandum) e non un linguaggio esplicativo scientifico (explicatum), che le variabili sociali sono una pre-condizione (o un pre-requisito) della crescita economica e, in generale, che lo sviluppo sociale è una pre-condizione della crescita economica. Dal postulato di disgiunzione consegue infatti che le variabili sociali (culturali) non sono cause della crescita economica, ma condizioni necessarie, seppure non sufficienti, perché questa crescita, che dipende esclusivamente da variabili economiche, si realizzi.

Sulla base delle sintetiche precisazioni sopra formulate, i principali punti di riferimento metodologici della presente analisi possono essere così riassunti:

  1. Le variabili sociali (culturali) (quali la dinamica della popolazione, le conoscenze tecnologiche, la formazione e l’apprendimento, le istituzioni politiche, le abitudini di consumo, l’educazione sanitaria, il familismo, gli atteggiamenti verso l’imprenditorialità, l’innovazione, il mercato, la cooperazione) da un lato e le variabili economiche dall’altro lato appartengono a due insiemi disgiunti (postulato di disgiunzione).
  2. Dal punto di vista economico, questa disgiunzione porta spesso a considerare erroneamente come residuali le variabili sociali rispetto alle variabili economiche. In tal caso, l’insieme delle variabili sociali è visto come complemento dell’insieme delle variabili economiche. Sembra però più corretto affermare che si tratta di due distinti linguaggi tra i quali non vale la relazione di complementarità. Inoltre, nel caso delle variabili economiche si tratta di un linguaggio formalizzato e assiomatizzato; nel caso delle variabili sociali si tratta invece di un linguaggio privo di una sintassi e una semantica intersoggettivamente definite.
  3. La differenza dei linguaggi postula, allo stato attuale della conoscenza, che non possono darsi relazioni funzionali tra variabili sociali e variabili economiche, cioè che una variabile sociale non può essere funzione di una variabile economica e viceversa. Non è ipotizzabile alcuna corrispondenza tra variabili sociali (culturali) e variabili economiche caratterizzata da una relazione tale che per ogni elemento dell’insieme delle variabili indipendenti esista un unico elemento dell’insieme delle variabili dipendenti che soddisfi la relazione data.
  4. La differenza dei linguaggi non esclude che possa essere ipotizzata una diversa regola di corrispondenza tra i due linguaggi e le relative proposizioni, tale che a un insieme di proposizioni del linguaggio sociale possa corrisponde [pag. 71] re un insieme (equivalente) di proposizioni del linguaggio economico e viceversa, fatto salvo, allo stato attuale, il differente grado di formalizzazione (e assiomatizzazione) dei due linguaggi, che vede il linguaggio sociale nettamente svantaggiato rispetto a quello economico. Le pre-condizioni alle quali si fa riferimento nel presente lavoro devono essere intese come regole di corrispondenza di questo tipo, cioè insiemi di variabili sociali (culturali) ai quali corrispondono, o si suppone corrispondano (in modo simmetrico), insiemi di variabili economiche.
  5. Possono porsi relazioni funzionali solo tra le variabili economiche o solo tra le variabili sociali, all’interno dello specifico linguaggio (economico o sociale) al quale esse appartengono. Conseguentemente, qualsiasi modificazione delle variabili sociali può essere realizzata solo nell’ambito sociale, così come qualsiasi modificazione delle variabili economiche può essere realizzata, come di fatto avviene, solo nell’ambito economico.
    In questo senso, il comportamento è economico o sociale a seconda del tipo di relazioni funzionali entro cui è inserito e della loro interpretazione semantica. Se le funzioni che collegano i comportamenti si riferiscono all’equilibrio di mercato e appartengono al corrispondente linguaggio economico assiomatizzato o comunque formalizzato, siamo di fronte a comportamenti economici. Se i comportamenti sono tra loro collegati da funzioni di altro tipo (sanzionatorie, cooperative, autoritative e simili) siamo di fronte a comportamenti sociali (culturali) appartenenti, sul piano esplicativo, al linguaggio sociologico e psicologico.
    D’altra parte gli studi che si ricollegano a Becker hanno dimostrato che la teoria dell’equilibrio economico generale si può applicare a tipologie di interazione che per tradizione sono state considerate esclusivamente come extra-economiche, quali la discriminazione razziale, il comportamento deviante, le dipendenze, l’istruzione e la famiglia nei suoi vari aspetti. In realtà, tali tipologie di interazione sono compatibili (coerenti) con l’equilibrio di mercato (relativo a un sistema competitivo fondato sullo scambio), ma sono anche compatibili con paradigmi di interazione sociale differenti dallo scambio competitivo.
  6. Poiché i processi di sviluppo e di crescita economica (così come tutte le interazioni sociali e i comportamenti) si svolgono nel tempo, è importante precisare che essi possono essere esplicati in modi diversi, a seconda che si utilizzi come punto di riferimento (rispetto al tempo) una serie operativa ciclica che definisce un tempo di ripetizione (il tempo dell’orologio), oppure si utilizzi un tempo di evoluzione (il tempo storico).
    Le analisi di esistenza dell’equilibrio e di unicità dell’equilibrio, nell’ambito del linguaggio assiomatizzato dell’economia, non contengono la variabile tempo come variabile indipendente implicita. L’assiomatizzazione è per definizione atemporale.
    Vale il contrario per le analisi di stabilità globale dell’equilibrio, concernenti il fatto che un insieme di comportamenti competitivi fondati sullo scambio riesca ad autoindirizzarsi operativamente verso stati finali di allocazione ottimale delle risorse, e per le analisi di statica comparata. Qui il linguaggio economico (dinamico) contiene implicitamente la variabile tempo e ammette in linea logica la sostituzione tra +t e –t.
    Anche le analisi dei processi di sviluppo contengono la variabile tempo, ma in modo semanticamente diverso. Se si potessero esprimere questi processi di cambiamento in un linguaggio matematico, come avviene per le equazioni (differenziali) evoluzionistiche della fisica, tale linguaggio dovrebbe contenere implicitamente la variabile tempo, ma non dovrebbe ammettere la sostituzione tra +t e –t, in quanto l’interpretazione semantica delle funzioni non lo consente.  [pag. 72]

Indice della pubblicazione

Politiche di sviluppo, innovazione, parchi scientifici e tecnologici

G. Bolacchi


Premessa online

Parte prima. I problemi dello sviluppo: variabili economiche e variabili sociali.

  1. Alcune problematiche dello sviluppo in ambito economico. online
  2. Il progresso tecnologico e l’innovazione. online
  3. L’innovazione e le pre-condizioni dello sviluppo. online
  4. Anomalie economiche e sociali del mercato e squilibri nella dinamica dell’innovazione. online

Parte seconda. L’esplicazione del Parco scientifico e tecnologico nell’ambito degli interventi pubblici orientati alla gestione del processo di innovazione.

  1. Le definizioni descrittive del concetto di Parco.
  2. Il Parco come infrastruttura puntuale con obiettivi di sviluppo. online

Parte terza. Il ruolo del Parco nei sistemi di mercato sviluppati e industrializzati.

  1. Le esternalità derivanti dall’attività di ricerca e sviluppo. online
  2. L’effetto di spiazzamento e il rendimento sociale delle risorse pubbliche. online
  3. L’intervento pubblico in materia di ricerca e sviluppo e la salvaguardia delle regole del mercato.

Parte quarta. Il ruolo del Parco nei sistemi socio-economici in via di sviluppo.

  1. L’attivazione delle pre-condizioni dello sviluppo. online
  2. L’investimento in capitale umano innovativo in funzione dello sviluppo.
  3. La formazione di capitale umano e la cultura dell’innovazione. online
  4. Le esternalità derivanti dall’attività formativa e il rendimento sociale della spesa pubblica. online
  5. Tipologie di Parco con effetti indotti negativi nelle aree in via di sviluppo. online

Appendice. Il ruolo del Parco nell’ambito del Programma Operativo Regionale della Sardegna.

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