Rapporti tra teoria economica e scienza sociale; il problema del sottosviluppo

Giunti a questo punto è opportuno, a maggiore chiarimento dei problemi che abbiamo sopra prospettato, fornire un indicativo esempio che illustri come la mancata considerazione di quei problemi possa portare a notevoli incertezze nel campo scientifico; ci volgeremo al campo dell’economia e, in particolare, a quel complesso fenomeno che va sotto il nome di «sottosviluppo» [19]. In linea di principio è opportuno far prima osservare, per quanto attiene alla scienza economica, che sebbene il sistema teorico in cui essa si inquadra non abbia ancora raggiunto una sufficiente formalizzazione, cioè, da un lato un elevato grado di precisione per quanto riguarda la caratterizzazione semantica dei postulati, dall’altro una coerenza e un rigore sintattici che tengano conto in modo completo degli svolgimenti fondamentali cui è pervenuta la logica moderna, può con sicurezza affermarsi che la maggior parte delle discordanze e incompatibilità tra fattori concreti e schemi teorici, discende esclusivamente dal fatto che i primi, in realtà non possono essere inquadrati entro schemi economici, in quanto si configurano come comportamenti suscettibili di un diverso tipo di caratterizzazione.

Il caso del sottosviluppo, come si è accennato, è certamente uno dei più tipici, in relazione alle prospettive metodologiche sopra esaminate. [pag. 54] In esso, infatti, si riscontra chiaramente quel distacco fra teoria economica e fenomeno concreto, che deve essere assunto come indice, non già della inadeguatezza della teoria economica in ordine a quel problema specifico, bensì del fatto che il fenomeno del sottosviluppo non può essere, in realtà inquadrato e conclusivamente esplicato utilizzando schemi teorici propri della scienza economica.

Già un indice notevole di queste difficoltà è dato dalla mancanza, in dottrina, di una teoria economica del sottosviluppo, nonostante gli sforzi in tal senso degli studiosi che si sono occupati dell’argomento. Ed ancora dal fatto che, comunemente, il concetto notevolmente formalizzato di «sviluppo economico» viene associato a quello di «sottosviluppo», col considerare quest’ultimo come una fase o un momento del processo di sviluppo; il che, se riesce a dar conto dell’effettivo svolgimento storico di tale fenomeno, non è certo adeguato sotto un profilo teorico. Su tale piano, infatti, una corretta considerazione metodologica della scienza economica ci porta a distinguere tra il dato dello sviluppo, e delle fasi o gradi del medesimo, suscettibile di formalizzazione entro la stessa; e il diverso dato del sottosviluppo, che non può essere visto come fase o grado di un processo di sviluppo, in quanto quest’ultimo si può porre solo inquadrandolo entro un sistema economico formalizzato, mentre una delle componenti fondamentali del sottosviluppo è costituita appunto dalla caratterizzazione negativa del fenomeno − sia su un piano teorico, sia su un piano concreto − in termini di comportamento economico; in altre parole, non sembra che la nozione di «sottosviluppo» possa essere formalizzata entro il contesto del sistema economico; essa, infatti, non appare concordabile coi postulati di quest’ultimo che caratterizzano e individuano il comportamento economico.

Per una completa esplicazione di questa mancanza di concordabilità, occorre riconsiderare brevemente alcuni punti in precedenza accennati. Si è visto, infatti, che le proposizioni della scienza economica ordinate in coerente sistema assiomatico (prescindiamo qui dal fatto se tale assiomatizzazione possa dirsi, allo stato attuale, soddisfacente e completa) sono suscettibili di verificazione su un piano empirico, solo quando e in quanto i postulati che stanno alla base del sistema teorico abbiano effettivamente riscontro nella concreta realtà sociale, la cui struttura viene esplicata tramite il sistema; poiché sono appunto i postulati che caratterizzano in senso economico il significato delle strutture del sistema.

Ora, la discordanza che a volte si nota tra teoria economica (teoremi, leggi economiche) e comportamento dei soggetti entro un dato gruppo sociale, può dipendere − come si è visto − unicamente da un duplice [pag. 55] ordine di considerazioni: o i postulati economici assunti alla base del sistema teorico sono falsi o quanto meno incompleti e, in ogni caso, inadeguati ad esplicare i fenomeni empirici perché dagli stessi strutturalmente difformi; oppure entro quel gruppo sociale concretamente esistente non operano e quindi non sono rilevabili i postulati economici. Il che significa che i soggetti del gruppo, nella loro totalità o in larghi strati, pongono in essere comportamenti sociali che non sono in senso proprio comportamenti economici; per cui entro il gruppo non sussisteranno strutture economiche, ma la organizzazione dei rapporti tra i membri sarà fondata su interazioni di tipo diverso.

Naturalmente questo fenomeno, in concreto, si presenta con caratteri e aspetti particolari che danno luogo a una molteplicità di combinazioni, onde risulta addirittura impossibile individuare una società la cui struttura sia caratterizzata dall’univoco comportamento economico di ciascun membro. Di fatto, anche nei gruppi sociali economicamente più evoluti esistono soggetti che non sempre, al presentarsi di date circostanze, si comportano univocamente in modo economico.

Ma è ovvio che, in tali ipotesi, le concrete strutture economiche risentono in misura relativamente bassa di queste deviazioni. Si tratta, in ogni caso, di analisi concrete relative alla natura, alla intensità e alla quantità dei comportamenti devianti; la qual cosa non incide minimamente sull’aspetto teorico del problema, che qui si vuol ribadire. Ed è inutile ripetere, a tal proposito, che storicamente così come non può darsi un gruppo sociale a strutture univocamente economiche, i cui membri cioè pongano sempre in essere, in presenza di date condizioni, univoci comportamenti economici, neppure è possibile trovare un gruppo i cui membri si comportino univocamente in modo non economico.

È quindi su questa base − come si è già notato − che deve porsi la esplicazione più attendibile del concetto di «sottosviluppo»: sottosviluppo si ha, infatti, quando il comportamento dei membri di un gruppo è, per principio, fondato su fattori che non hanno natura economica. Il punto centrale della discriminazione teorica consiste, pertanto, nella esatta determinazione dei fattori strutturali che qualificano il comportamento economico.

Quanto detto serve inoltre a dar conto, in modo molto preciso, della distinzione tra sottosviluppo e sviluppo economico. Quest’ultimo, nei suoi gradi o fasi, non può ovviamente porsi se non in relazione a un determinato sistema; non può parlarsi di sviluppo, se non si presuppongono date strutture economiche, di cui si vogliano individuare, appunto, gli svolgimenti e, quindi, la dinamica. Ma allorquando si fa questione pro-[pag. 56]prio della esistenza di quelle strutture e si vuol fare riferimento alla inesistenza delle stesse (e, quindi, del comportamento economico), non ha più senso parlare di sviluppo economico.

Il concetto di «sviluppo» individua, quindi, l’aspetto dinamico delle strutture economiche, mentre il concetto di «sottosviluppo» individua la assenza di tali strutture. Così posto il problema, la indagine che si presenta allo studioso offre diverse prospettive, che devono essere prese in separata considerazione. Anzitutto, le fasi di stasi o di ritardo in un processo di sviluppo non debbono essere identificate col sottosviluppo; esse rappresentano, infatti, un fenomeno in senso proprio economico, in quanto sono determinate dall’inadeguato dimensionamento dei fattori attinenti al comportamento economico, connesso ai limiti spazio-temporali che concretamente condizionano quest’ultimo e che vengono esplicati mediante la inserzione di postulati limitativi entro lo schema teorico astratto.

È necessario, quindi, distinguere tra stasi o ritardo nello sviluppo riconducibile a fattori economici, e situazioni di sottosviluppo originate da fattori non economici (assenza o limitatezza di comportamento economico), che vanno considerate più correttamente al di fuori dello sviluppo. In un caso si hanno fattori che rallentano un processo economico che si svolge in senso dinamico; nell’altro si hanno, invece, fattori non economici che sottraggono larghe sfere di comportamenti alla caratterizzazione economica. Non si tratta, qui, di rallentare uno sviluppo in atto, ma di assenza delle premesse (comportamento economico) perché un qualche sviluppo (economico) possa essere avviato; non di elementi negativi dello sviluppo economico attinenti alla struttura delle combinazioni tra i vari fattori; bensì di assenza di fattori economici che impedisce l’avvio di un processo di sviluppo.

Questa distinzione teorica è molto importante, perché consente una precisa individuazione del complesso fenomeno; infatti, potendo coesistere entro un gruppo schemi di comportamento economico e non economico, non bisogna confondere tre distinti elementi: in primo luogo, i fattori negativi che determinano una stasi nei comportamenti economici; in secondo luogo, i fattori non economici che caratterizzano il sottosviluppo; e, infine, il rapporto tra fattori economici esistenti e fattori economici che dovrebbero sussistere se il comportamento del gruppo avesse un carattere univocamente economico.

Molto spesso, le caratterizzazioni del sottosviluppo che si danno in termini di indici o elementi sintomatici, si riferiscono appunto a questa terza prospettiva, ponendo inesattamente il problema del sottosviluppo su un piano principalmente economico. Esempi di tale prospettiva sono tutte [pag. 57] le caratterizzazioni di natura analitica proposte dalla dottrina come indici o sintomi del sottosviluppo, cioè i tentativi volti a caratterizzare il concetto di «sottosviluppo» sulla esclusiva base di indici economico-statistici, come quelli del basso reddito pro-capite, della sproporzione tra fattori produttivi che determina alti costi di produzione, della scarsezza di capitali e della tecnica produttiva poco sviluppata, del rapporto tra popolazione attiva e gradi di occupazione nei vari settori, della mancanza o dello scarso sviluppo di istituti di credito, del tesoreggiamento del capitale disponibile sotto forma monetaria, della scarsezza di attività imprenditoriale. [pag. 58]

Note

[19] Sul concetto di «sottosviluppo», cfr. G. Myrdal, Teoria economica e paesi sottosviluppati, Milano, 1959, cap. II.

Indice della pubblicazione

Strutture teoriche e scienze sociali

Giulio Bolacchi


1. Schemi teorici e scienze sociali online

2. La prospettiva metodologica delle scienze sociali online

3. Linguaggio teorico e livelli di astrazione online

4. Verificabilità empirica delle strutture astratte; rapporti fra diverse strutture linguistiche online

5. Il ruolo della teoria generale nelle scienze sociali online

6. Rapporti tra teoria economica e scienza sociale; il problema del sottosviluppo online

7. L’integrazione delle scienze sociali e la teoria generale del comportamento sociale online

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