Tipologie di Parco con effetti indotti negativi nelle aree in via di sviluppo

L’esplicazione del Parco scientifico e tecnologico in termini di attivazione dei processi innovativi in funzione dello sviluppo e della crescita economica consente non solo di delimitarne meglio i confini e gli obiettivi con riferimento alle anomalie (economiche e sociali) del mercato che limitano la dinamica dell’innovazione, ma anche di individuare e correggere alcuni errori che storicamente, nella prima fase di realizzazione, hanno caratterizzato la maggior parte dei Parchi. In particolare, evidenzia i limiti delle politiche di intervento fondate esclusivamente su localizzazioni industriali non direttamente attive sul piano della dinamica tecnologica.

I processi innovativi, per poter essere orientati verso lo sviluppo e la crescita economica, debbono anzitutto esistere (seppure in forme e misure differenziate e non ottimali) nel contesto socio-economico; non possono essere replicati, costruendo il Parco come una microstruttura integrata tra ricerca e produzione che non ha nessun collegamento col sistema produttivo reale, privo di propensione generalizzata all’innovazione. Un errore del genere può essere fatto se il concetto di Parco non è inquadrato entro uno schema esplicativo rigoroso, che ne individui gli obiettivi indirizzati a far sorgere nel contesto socio-economico le pre-condizioni dello sviluppo (che implicano necessariamente le pre-condizioni del mercato e dell’innovazione), affinché l’innovazione possa generalizzarsi nel sistema e il Parco possa esplicare il suo obiettivo primario di massimizzazione dei benefici sociali dell’innovazione in condizioni piene (e non limitate) di mercato competitivo.

Non considerare gli obiettivi concernenti l’attivazione delle pre-condizioni dello sviluppo e pretendere di perseguire obiettivi di massimizzazione del tasso di rendimento sociale dell’innovazione in un contesto socio-economico privo di industrializzazione diffusa, di ricerca e sviluppo generalizzati nelle imprese, di forza lavoro qualificata, di università in grado di interagire attivamente col mondo imprenditoriale, di propensione generalizzata all’innovazione e all’imprenditorialità, in cui il sistema produttivo è statico o tendenzialmente statico (privo di continuum innovativo), i centri di ricerca operano in termini di mero trasferimento di conoscenza (in quanto anche la loro propensione all’innovazione dipende dal grado di innovazione generalizzata esistente nel sistema, che in questo caso è tanto basso da rinforzare ricerche ripetitive), la cultura è sostanzialmente stazionaria e familistica e presenta livelli di conflittualità che impediscono di realizzare rapporti collaborativi (esternalità di network) funzionali ai processi di attivazione e gestione di impresa e ai processi innovativi, sarebbe come fondare questi obiettivi su un contesto ipotetico di riferimento (il mercato industrializzato e la sua dinamica innovativa) del tutto inesistente.

Inoltre, il Parco che opera in un’area in via di sviluppo riproponendo puramente e semplicemente modelli organizzativi esogeni tipici di aree industrializzate, non solo realizza una più o meno accentuata mancanza di effetti diffusivi dell’innovazione nel contesto socio-economico, ma determina effetti indotti negativi rispetto allo sviluppo e alla crescita economica. Qualsiasi incoerenza fra le linee strumentali di intervento di un Parco e i fattori sociali (pre-condizioni) che influiscono sul basso grado di sviluppo del contesto socio-economico di riferimento, determina infatti un’alterazione degli obiettivi generali e accentua gli squilibri del sistema, anziché eliminarli o attenuarli; questo avviene tanto nel caso in cui il Parco si collochi entro un’area recettiva, cioè in un sistema economico di mercato industrializzato, quanto nel caso in cui si collochi entro un’area non recettiva, cioè in un contesto socio-economico arretrato.

La difficoltà di individuare modelli organizzativi del Parco compatibili con contesti in via di sviluppo non è stata ancora superata. Nella relazione al I Convegno nazionale dell’APSTI del 1992, G.M. Gros Pietro, riferendosi all’insuccesso come a un evento non raro nella storia dei Parchi, che hanno avuto negli anni ’80 il punto di massima diffusione come strumenti di una politica regionale orientata allo sviluppo industriale, afferma:

«Se il Parco non vuole diventare uno strumento di erogazione parassitaria perpetua, esso deve mirare a stabilire un circuito tra produzione di conoscenza, produzione di ricchezza e finanziamento di ulteriore innovazione. In questo circuito l’elemento essenziale e non sostituibile è la presenza di imprenditorialità capace di gestire mercati non concorrenziali, quali sono quelli dei beni e dei servizi innovativi. Una capacità che implica anche quella di indirizzare la ricerca e lo sviluppo verso obiettivi che saranno premiati dal mercato, nonché la disponibilità di posizioni di mercato capaci di valorizzare ciò che è stato sviluppato. Senza questa capacità, che il Parco non può in alcun modo creare, esso è destinato a un sicuro insuccesso. Pertanto il progetto di un Parco, oltre ad essere coerente al suo interno, dal punto di vista dei fattori offerti, deve essere coerente anche rispetto all’ambiente imprenditoriale [pag. 99] esterno».

Ma è proprio quest’ultimo il punto critico che normalmente il Parco operante in un’area in via di sviluppo non riesce a superare. Essere coerenti anche rispetto all’ambiente imprenditoriale esterno può avere un significato compatibile con la logica dell’innovazione se il Parco opera in un’area altamente industrializzata; ma è sostanzialmente privo di significato operativo se il Parco è inserito in un contesto sottosviluppato o in via di sviluppo.

In quest’ultimo caso, secondo Gros Pietro, il compito sarebbe facilitato se fossero presenti in loco strutture industriali in possesso di rilevanti quote di mercato, pur se non seriamente impegnate in direzione dell’innovazione, anche se vi sarebbe il rischio di dar vita a iniziative destinate a non integrarsi nel sistema industriale esistente; ma in questi termini, le ipotesi proposte sono generiche, in quanto prive di una teoria esplicativa che le inquadri. Quando, invece, il Parco sia inserito in un contesto privo di strutture industriali, la soluzione prospettata da Gros Pietro prevede che il Parco debba seguire la localizzazione di nuovi insediamenti industriali, e non precederla; ipotesi, quest’ultima, normalmente incompatibile con le autonome politiche di sviluppo dei Parchi, in quanto i nuovi operatori (esogeni rispetto al sistema in cui il Parco è inserito) dovrebbero:

«indicare le specifiche del Parco e assumerne in parte i rischi, affinché sia credibile che essi mettano al suo servizio quella capacità di realizzare con successo produzioni innovative, che già essi possiedono e che è indispensabile al Parco».

Anche questa ipotesi è priva di capacità esplicativa. In realtà, un Parco di questo tipo, oltre che difficilmente ipotizzabile con riferimento alle politiche locali di intervento, costituirebbe una negazione dello stesso principio di attivazione del processo innovativo che lo dovrebbe caratterizzare e sarebbe destinato a diventare uno strumento di erogazione assistenzialistica.

Due sono le tipologie con effetti indotti negativi che più frequentemente sembrano emergere dalla localizzazione dei Parchi in aree in via di sviluppo:

  • il Parco si trasforma in una istituzione volta alla riproduzione e al trasferimento di tecnologie esogene, accompagnato o meno da assistenza tecnica di tipo ripetitivo;
  • il Parco realizza al proprio interno ricerca innovativa e incubazione di impresa in una logica di relazioni analitiche e vincolate all’area del Parco, senza effetti sull’intera area regionale, la quale non è in grado (dato lo stato di arretratezza che la caratterizza) di rendere diffusivi (attraverso il mercato e il processo di spillover) i benefici dell’innovazione, stante l’assenza di atteggiamenti positivi verso l’innovazione e l’imprenditorialità generalizzati nel contesto sociale.

Nel primo caso, si confonde il processo innovativo col puro e semplice trasferimento tecnologico e si attribuisce erroneamente al trasferimento tecnologico il ruolo di variabile indipendente rispetto alla diffusione dell’innovazione, trascurando il fatto che si può avere trasferimento tecnologico senza innovazione, senza continuum innovativo e senza generalizzazione dell’innovazione. E trascurando anche il fatto che il Parco, in quanto infrastruttura puntuale con obiettivi di sviluppo (consistenti nella gestione ottimale dell’innovazione e dei processi che la esprimono, in un dato contesto socio-economico, in funzione dello sviluppo e della crescita economica), non può limitarsi a prendere in considerazione tecnologie esogene, né può limitarsi a realizzare un processo di mera ripetizione tecnologica privo di elementi innovativi, ma deve realizzare tecnologie innovative.

Tuttavia, se il Parco si limitasse a realizzare tecnologie innovative al proprio interno e poi le trasferisse, inserendole o favorendone l’inserimento in un contesto imprenditoriale più o meno specifico, non attiverebbe né atteggiamenti positivi verso l’innovazione generalizzati nel contesto sociale, né un continuum innovativo all’interno delle imprese in cui le tecnologie innovative fossero inserite.

Le imprese, infatti, potrebbero recepire la tecnologia innovativa inserendola in una combinazione produttiva stazionaria, considerando l’innovazione come data e non come un fattore suscettibile anche all’interno dell’impresa di continue innovazioni. Un’innovazione che, inserita in una combinazione produttiva, non fosse essa stessa suscettibile di ulteriori modificazioni esaurirebbe presto i propri effetti nell’ambito del mercato, data l’incapacità dell’impresa di innovare in modo continuativo sul processo produttivo e sul prodotto e di porsi in ogni successivo ciclo innovativo in una posizione di leadership strategica rispetto alla concorrenza.

Un altro grave errore metodologico, purtroppo non avvertito, è quello di ritenere che la destinazione dell’innovazione al mercato (cioè la sua diffusione) possa essere realizzata unicamente tramite una non meglio precisata integrazione tra impresa e centri di ricerca all’interno del Parco, con riferimento a specifici rapporti di collaborazione tra singole imprese e Parco.[pag. 100]

Nelle aree sviluppate il fattore dell’innovazione tecnologica è generalizzato e diffuso mediante un’integrazione stretta tra imprese e centri di ricerca pubblici e privati che si realizza nel mercato e tramite il mercato. Al contrario, quando il Parco prefigura un’interconnessione tra dinamica produttiva e dinamica della ricerca entro un contesto protetto, totalmente avulso dal contesto socio-economico reale, rischia di replicare la metafora della cattedrale nel deserto, che ha connotato l’avvio dei processi di sviluppo nelle aree arretrate secondo il paradigma dell’industrializzazione ritardata, e viene a perdere la sua proprietà basilare, che è quella di massimizzare in modo diretto (nelle aree sviluppate) o indiretto (nelle aree in via di sviluppo) il tasso di rendimento sociale dell’innovazione.

Inoltre, realizzando una convergenza tra ricerca e impresa (mediante l’incontro tra produzione in loco di specifiche tecnologie e la trasformazione delle stesse in capitale tecnologico) con riferimento a un numero più o meno limitato di imprese operanti dentro i propri confini, il Parco realizza, più che obiettivi di sviluppo esteso, obiettivi di sviluppo settorializzato, orientati a specifiche ricerche e a specifiche incubazioni d’impresa. In questo modo tanto l’attività di ricerca, quanto l’attività di creazione d’impresa, rischiano di essere segmentate e individualizzate e conseguentemente inserite in una logica di tipo assistenzialistico.

In questa ipotesi, gli effetti negativi indotti del Parco sarebbero riconducibili alle seguenti tipologie:

  • configurazione di un possibile effetto di spiazzamento e realizzazione di una tendenziale coincidenza fra il rendimento sociale dell’attività di ricerca e i (bassi) rendimenti privati per le sole imprese ammesse a fruire dell’innovazione endogena al Parco (data l’assenza di spillover determinata dall’assenza di imprenditorialità diffusa e dal conseguente sviluppo non adeguato del mercato), con una palese violazione del criterio di efficienza della spesa pubblica (dato dalla massimizzazione del tasso di rendimento sociale degli investimenti pubblici);
  • alterazione delle regole del mercato e conferimento di un vantaggio competitivo alle imprese localizzate all’interno del Parco, con conseguente indebolimento del grado di interiorizzazione della cultura del mercato (che costituisce una pre-condizione per l’attivazione della dinamica innovativa) e stabilizzazione di atteggiamenti assistenzialistici, coerenti con una logica di compensazione dei divari piuttosto che con una logica di mutamento del contesto socio-economico.

Sarebbe anche possibile ravvisare, nelle ipotesi in esame, una violazione delle norme comunitarie e internazionali che vincolano in modo molto preciso i provvedimenti dei governi nazionali in materia di incentivazione dell’attività di ricerca industriale, in funzione della salvaguardia del principio di libera concorrenza. Tali norme e regole, esplicitate dalla già citata Disciplina comunitaria per gli aiuti di Stato alla ricerca e sviluppo, sono estremamente significative, in quanto implicano il riconoscimento del mercato (e della cultura che lo esprime) quale fondamentale strumento per la diffusione dei benefici sociali (entro i vincoli delle esternalità o spillover) e la necessità che gli interventi pubblici (compresi quelli facenti capo ai fondi strutturali destinati alle aree depresse) non ne pregiudichino o limitino lo sviluppo, ma al contrario ne attivino le pre-condizioni.[pag. 101]

Indice della pubblicazione

Politiche di sviluppo, innovazione, parchi scientifici e tecnologici

G. Bolacchi


Premessa online

Parte prima. I problemi dello sviluppo: variabili economiche e variabili sociali.

  1. Alcune problematiche dello sviluppo in ambito economico. online
  2. Il progresso tecnologico e l’innovazione. online
  3. L’innovazione e le pre-condizioni dello sviluppo. online
  4. Anomalie economiche e sociali del mercato e squilibri nella dinamica dell’innovazione. online

Parte seconda. L’esplicazione del Parco scientifico e tecnologico nell’ambito degli interventi pubblici orientati alla gestione del processo di innovazione.

  1. Le definizioni descrittive del concetto di Parco.
  2. Il Parco come infrastruttura puntuale con obiettivi di sviluppo. online

Parte terza. Il ruolo del Parco nei sistemi di mercato sviluppati e industrializzati.

  1. Le esternalità derivanti dall’attività di ricerca e sviluppo. online
  2. L’effetto di spiazzamento e il rendimento sociale delle risorse pubbliche. online
  3. L’intervento pubblico in materia di ricerca e sviluppo e la salvaguardia delle regole del mercato.

Parte quarta. Il ruolo del Parco nei sistemi socio-economici in via di sviluppo.

  1. L’attivazione delle pre-condizioni dello sviluppo. online
  2. L’investimento in capitale umano innovativo in funzione dello sviluppo.
  3. La formazione di capitale umano e la cultura dell’innovazione. online
  4. Le esternalità derivanti dall’attività formativa e il rendimento sociale della spesa pubblica. online
  5. Tipologie di Parco con effetti indotti negativi nelle aree in via di sviluppo. online

Appendice. Il ruolo del Parco nell’ambito del Programma Operativo Regionale della Sardegna.

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